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In occasione del 117º compleanno del nostro Savoia, una squadra che ha scritto la storia di un’intera comunità, sento il dovere di rivolgere un appello a chi governa questa Nazione, a chi gestisce la sicurezza e a chi ha la responsabilità di garantire equità e rispetto nei confronti dei cittadini. Ci sono città nate per essere comode. E città nate per essere vere. Torre Annunziata appartiene a questa seconda categoria”. A parlare è Emanuele Filiberto di Savoia, comproprietario del Savoia Calcio, che in una nota parla del ‘compleanno’ del club ma anche dei ricorrenti divieti di trasferta per i tifosi della squadra di Torre Annunziata. “Una comunità che ha attraversato momenti difficili, spesso raccontata più attraverso le sue ferite che attraverso la sua forza. È una città sulla cui pelle, in passato, la criminalità ha inciso segni profondi. Ferite che hanno toccato persino chi, come Giancarlo Siani, aveva scelto di raccontare la verità con la limpidezza e il coraggio di un giovane giusto. Siani non era di Torre Annunziata, ma il suo sacrificio vive per sempre in questa città. Ed è proprio per questo che oggi Torre Annunziata è Giancarlo Siani, una città che rifiuta il buio del passato, che affronta ogni giorno la sfida della legalità, che non vuole più essere giudicata attraverso il filtro di una minoranza deviata che, anni fa, aveva preso il sopravvento. Torre Annunziata oggi vive, cresce, cambia, lavora, studia, spera. È una città che vuole essere ricordata per ciò che è davvero: coraggio, dignità, verità”, aggiunge.
“Ed è alla luce di questa identità nuova, forte e consapevole che l’ennesimo divieto di trasferta rivolto alla tifoseria del Savoia appare come una ferita immeritata. Una ferita che non colpisce un settore di stadio, ma un intero popolo. Una comunità che vive il calcio come appartenenza, come legame, come riscatto. Limitare continuamente questa possibilità non è più una misura di sicurezza, è un freno alla dignità di una città che da troppo tempo lotta per liberarsi dai pregiudizi. Il sostegno della propria tifoseria non è un privilegio: è una componente essenziale della vita sportiva”, conclude.