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Una liberazione per qualcuno, una prova di forza inutile e interessata per qualche altro. Ma è nella logica di una situazione che si presta a tante letture. L’arresto del Presidente Maduro è divisivo, e questo maggiormente per gli amanti della politica europea. 

Ma poi ci sono i cittadini, i venezuelani, coloro i quali hanno vissuto sulla propria pelle le esperienze Chavez e Maduro. E nel Sannio la comunità è abbastanza ampia, sparsa qua e là sul territorio.

“La prima cosa che posso dire – così inizia il racconto di Tania, docente venezuelana residente a Benevento ormai da anniè che a casa, in questo momento, c’è un grado di paura maggiore rispetto a prima. La misura della repressione è aumentata. Quando chiamo i miei parenti devo parlare in codice e sperare che non li becchino con i telefoni. Capita che ti fermino in strada, come è successo a un mio cugino, e ti chiedano il cellulare per vedere se commenti, parli, condividi e cosa ne pensi. Se trovano qualcosa, ti portano in luogo, chiamato Elicoide, che è una specie di carcere. In tanti ci sono già finiti e non sai mai se e come ne esci. Mio cugino è stato fermato più volte, per fortuna non hanno trovato nulla ma ha deciso di non scrivermi più”.

Il motivo di questo atteggiamento è semplice e disarmante allo stesso tempi.

Adesso, più che mai, chi controlla ha interesse che il popolo sia pervaso da un sentimento di grande paura. Così sono più assoggettabili. E onestamente ne abbiamo anche noi per i nostri parenti che sono rimasti in Venezuela. Anche se siamo a distanza. Negli ultimi 20 anni sono state tante le volte che ho cercato di tornare a casa e mia zia mi ha implorato di non farlo perchè l’aria che tirava non era buona”.

Si tratta di una questione delicata, tanto delicata da aver riposto le proprie speranze nell’azione militare di Trump, non uno stinco di santo, insomma.

Avevo 13 anni quando ci fu il golpe di Chavez e siamo dovuti scappare via. Gli F16 passavano sul tetta di casa mentre mia madre preparava i bagagli. Le scene degli elicotteri e l’arresto di Maduro, per tanti, hanno prodotto la speranza che Trump possa aiutarli in qualche modo. Certo è un personaggio che tutti conoscono, e spesso non con la migliore considerazione, ma vestendo i panni dei miei connazionali, so che prevale il sentimento dell’accettazione del male minore”.

Dopo l’azione militare, la cattura e tutto il resto, in tanti hanno parlato di cause, motivazioni e ripercussioni future.

Adesso si parla di petrolio ma è per mettere fumo negli occhi. Chi commenta non ha mai vissuto in quella terra sotto i regimi di Chavez e Maduro. Si parla di diritti istituzionali, colonialismo e cose simili. Ma nessuno parla di persone costrette a rovistare nell’immondizia per mangiare o, se sei un po’ più ricco, di accesso al mercato nero per barattare soldi per cibo. Il petrolio lo hanno sempre rubato, a turno. Quello del Venezuela è un popolo particolare, non così intuitivo e perspicace, ma resiliente e di buon cuore. Gente che piange i giovani che volevano vedersi riconosciuto un pensiero politico ed elezioni democratiche e invece sono caduti mentre protestavano pacificamente. Ora è arrivato Trump, che di certo non scopro io. Ma come persona emotivamente coinvolta, non posso negare che questa persona si sia svegliato una mattina per perseguire i sui interessi e tra questi ci abbia messo anche la liberazione del Venezuela dal regime. Non riesco a condannarlo. E, seppure fosse una questione di petrolio, cosa farebbero le persone se l’ro nero fosse barattato con la possibilità di mangiare per tutti? E’ stato come andare in ‘Paravis p’ scagn’ con la possibilità che questa bolla di pace apparente consenta a tante persone di sentirsi finalmente liberi e vivere con dignità”.

Un prezzo comunque importante per il Venezuela, terra che ha vissuto anni di restrizioni e regimi duri.

“In ogni azione – conclude Tania – si vince e si perde qualcosa. Tutto sta a dare il giusto peso ad ogni conquista o perdita”.