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A volte la giustizia sembra una clessidra rovesciata. La sabbia cade in fretta. Troppo in fretta. E quando il tempo si rimette in asse, il danno è già fatto.

La Cassazione ha annullato tutto. Prima i domiciliari. Poi il divieto di dimora tra Benevento e Caserta. Infine anche l’obbligo di firma. Vittorio Fuccio oggi è senza misure cautelari. Nessuna limitazione. Nessun vincolo. Un doppio annullamento che pesa come un macigno su chi, solo pochi mesi fa, veniva considerato “grave indiziato”.

Ma fermarsi qui sarebbe comodo. E anche ipocrita. Perché nel frattempo Vittorio Fuccio ha pagato. Eccome se ha pagato. Coinvolto nell’inchiesta sugli appalti tra il Sannio e la Terra di Lavoro, si è trovato travolto da una macchina che non aspetta. Dipendente della Czeta, consigliere comunale a Paolisi, volto politico riconoscibile sul territorio. Risultato? Licenziato. Sei mesi dopo, senza lavoro. Con la carriera marchiata a fuoco.

Anche se domani arrivasse un’assoluzione piena, chi gli restituisce quel tempo? Chi cancella l’etichetta? Chi rimette insieme i pezzi di una vita pubblica e privata sbriciolata prima ancora di una sentenza definitiva?

È qui che il tema smette di essere giudiziario e diventa politico. E umano. Una giustizia che corre, che anticipa, che colpisce subito, spesso colpisce i più esposti. I visibili. I “buoni”, verrebbe da dire. Mentre i cattivi veri, quelli strutturati, quelli impermeabili, sembrano scivolare meglio tra le maglie.

Fuccio oggi è libero. Formalmente. Ma resta il paradosso: assolto dalle misure, condannato dagli effetti. E questa, piaccia o no, è una sconfitta che nessuna Cassazione può annullare.