Esistono sconfitte che si possono archiviare come incidenti di percorso e altre che, per dinamica e contesto, assumono i contorni di una crisi d’identità. Il ko dell’Avellino al “Picco” contro lo Spezia appartiene indubbiamente alla seconda categoria. L’1-0 finale, firmato da Artistico a metà della prima frazione, non è solo il verdetto di un campo appesantito da una pioggia incessante, ma lo specchio fedele di una squadra che ha smarrito la propria anima proprio nel momento in cui avrebbe dovuto mostrare i muscoli.
Una manovra orizzontale e sterile
Il piano gara di Raffaele Biancolino, basato su un consolidato 3-5-2, si è scontrato fin dai primi minuti contro l’organizzazione dello Spezia, capace di chiudere ogni linea di passaggio centrale. L’Avellino ha tenuto il pallino del gioco per lunghi tratti, collezionando un possesso palla superiore agli avversari, ma si è trattato di un dominio puramente estetico. La circolazione della sfera è risultata lenta, prevedibile, quasi accademica. Sounas, l’uomo che avrebbe dovuto accendere la luce tra le linee, è apparso spesso ingabbiato, costretto a ricevere palla spalle alla porta e lontano dalla zona calda.
Manca, in questo momento, quella capacità di saltare l’uomo che crei superiorità numerica. Senza la giocata individuale, l’attacco biancoverde diventa un meccanismo inceppato: i cross dalle fasce sono stati preda facile della difesa ligure, e gli inserimenti dei centrocampisti sono stati timidi e fuori tempo.
Il blackout difensivo e il peso degli episodi
Il gol subito al 26′ è l’ennesimo estratto di un catalogo degli errori che la difesa irpina sta aggiornando con preoccupante regolarità. Una lettura sbagliata, una distanza non accorciata e lo spazio concesso ad Artistico per colpire: tanto è bastato per far crollare il castello di certezze di una squadra che, una volta andata sotto, ha mostrato una fragilità psicologica disarmante.
Nonostante i nove calci d’angolo a favore e un forcing disperato nel finale, la porta di Radunovic non è mai stata realmente sotto assedio. Le entrate di Patierno e Favilli nella ripresa, più che una mossa tattica, sono sembrate un “lancio della disperazione“, un tentativo di buttare palloni nel mucchio sperando in una carambola fortunata o in un fischio arbitrale. Il rigore invocato a gran voce nel recupero per un contatto sospetto in area rimane l’unico sussulto di una serata grigio, ma aggrapparsi all’arbitraggio sarebbe un errore imperdonabile: l’Avellino ha perso perché non ha mai saputo cambiare marcia.
Una classifica che scotta e il fattore psicologico
Con questo risultato, il “Lupo” si ritrova a gestire una classifica che inizia a farsi corta e inquietante. La zona play-off si allontana, mentre lo specchio retrovisore mostra un gruppo di inseguitrici sempre più agguerrite. Il bonus fiducia concesso alla gestione Biancolino sembra essersi esaurito sotto l’acqua della Liguria. La squadra appare nervosa — come dimostrano i cartellini gialli rimediati per proteste — e incapace di reagire alle avversità con la lucidità che si richiede a un gruppo ambizioso.
Conclusioni: urge un elettroshock
Il ritorno in Irpinia sarà accompagnato dal silenzio dei riflessioni profonde. La piazza, che non ha mai smesso di sostenere i colori biancoverdi anche in trasferta, chiede ora risposte concrete. Non si tratta solo di modulo o di interpreti, ma di mentalità. L’Avellino visto a La Spezia è una squadra “di mezzo”: troppo fragile per sognare l’alta classifica, troppo leziosa per lottare nel fango della zona salvezza. Il prossimo impegno al “Partenio-Lombardi” contro il Cesena non sarà solo una partita di calcio, ma un bivio stagionale: o si ritrova la cattiveria agonistica, o il rischio è che questa stagione scivoli verso un fallimento difficile da digerire.

















