A 18 mesi dal via libera alla conversione in legge del decreto per lo smaltimento delle liste d’attesa nel Servizio sanitario nazionale (Ssn), “ancora non si vedono benefici concreti per i cittadini ed i pazienti”. La denuncia arriva dalla Fondazione Gimbe, che sottolinea come i tempi di visite ed esami continuino a protrarsi ancora in troppi i casi, con due esempi su tutti: se per circa metà dei cittadini una prima visita oculistica o un’ecografia all’addome – due delle prestazioni più richieste – sono effettuate nei limiti temporali previsti, una parte consistente continua ad aspettare mesi. Una situazione stigmatizzata anche dall’Opposizione, che chiede che il ministro della Salute riferisca in Aula.
Attualmente, rileva Gimbe nella terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma, mancano ancora due decreti attuativi ed anche lo strumento della Piattaforma nazionale per le liste di attesa (Pnla) è, in realtà, allo stato “inutile”: infatti, “non dice dove si inceppano esami e visite, non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano, e nessuna fotografia per regione, azienda e prestazione”. La Pnla raccoglie i dati relativi a quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tuttavia, allo stato attuale, “non è di alcuna utilità”, dal momento che, tra l’altro, “descrive il rispetto dei tempi di attesa con indicatori incomprensibili e, soprattutto, non documenta le differenze tra Regioni, tra Aziende sanitarie, tra pubblico e privato accreditato né tra prestazioni erogate a carico del Ssn e in intramoenia”. In attesa delle versioni più evolute, al 1 febbraio 2026 la versione pubblica della piattaforma rimane quella iniziale che contiene solo dati aggregati a livello nazionale. Intanto, il ricorso all’intramoenia – ovvero l’attività libero-professionale dei medici all’interno degli ospedali – resta consistente e si stima che il 30% delle prestazioni sia erogato con questa modalità a pagamento da parte dei cittadini. Emblematico l’esempio relativo alla prima visita oculistica, tra quelle maggiormente richieste: le prestazioni urgenti (entro 3 giorni) per 3 pazienti su 4 vengono erogate entro il limite massimo. Nelle visite con priorità breve (entro 10 giorni) la criticità è evidente: per tutto il 2025 almeno un paziente su 4 attende oltre i 10 giorni. Per le prestazioni differibili (entro 30 giorni), la metà dei pazienti attende oltre il mese, mentre almeno un paziente su 4 arriva ad aspettare fino a 4-5 mesi. Per le visite programmabili (entro 120 giorni), per metà dei pazienti vengono erogate entro i tempi massimi, ma uno su 4 aspetta tra i 6 e gli 8 mesi.
“Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali – dichiara Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe – il Dl sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”. Risultato: nel 2024, sottolinea, “5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria”. Lo conferma l’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (Adoc), secondo cui i tempi di attesa continuano a essere in molti casi inaccettabili, “con pazienti costretti a attendere oltre un anno per esami urgenti come Tac o mammografie, fondamentali per una diagnosi tempestiva”. Situazione critica anche per ricoveri e interventi urgenti, “con attese che superano i 18 mesi”. Il quadro è allarmante secondo il Pd. Le liste d’attesa “non sono un’emergenza passeggera, ma una criticità strutturale. Da Gimbe la conferma del fallimento del Governo”, afferma Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in Commissione Affari sociali. E annuncia: “attendiamo il ministro della Salute in Aula, nel corso del question time, per ottenere risposte chiare su risorse, tempi, controlli e responsabilità”. Per il M5s il governo, evidentemente, “ha altre priorità”: “mette 23 miliardi in tre anni sulle armi togliendo 17,5 miliardi alla sanità pubblica”. La situazione delle liste d’attesa “è critica ma dal governo solo pannicelli caldi”, commenta Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva all’Università di Milano.




















