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Ho visto agenti che hanno picchiato, dato schiaffi e manganellate ai detenuti, qualcuno ha perso la testa, ho detto a qualche agente di stare calmo, ma non sono intervenuto per porre fine alle violenze perché si trattava di episodi durati per breve tempo, in cui non ho notato accanimento. E perché il personale era esasperato”. E’ così che il comandante della Polizia Penitenziaria Pasquale Colucci ha spiegato in aula, nel corso dell’esame reso come imputato, perché non intervenne per interrompere i pestaggi commessi dagli agenti penitenziari ai danni dei detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), fatti avvenuti il sei aprile 2020 che hanno dato luogo ad un maxi-processo con 105 imputati. Le parole di Colucci fanno trasecolare il pm di Santa Maria Capua Vetere Daniela Pannone, anche perché Colucci era tra gli ufficiali della penitenziaria il più alto in grado presente in quel momento al carcere casertano. “Non è intervenuto per far sfogare gli agenti dunque?” replica con durezza il pm. “No, erano condotte da censurare ma che non ho censurato – risponde Colucci – nel personale c’era frustrazione per tutto quanto stava accadendo in quel periodo, anche la sera prima del 5 aprile, con il barricamento e la protesta dei detenuti. In quel momento non ho analizzato lucidamente le decisione che dovevo prendere, ma sono qui per assumermi le mie responsabilità”. Colucci, probabilmente l’imputato più atteso essendo stato all’epoca stretto collaboratore del provveditore Fullone (imputato), nonchè comandante del Nucleo Traduzione e Piantonamenti (NTP) del carcere di Secondigliano e soprattutto del Gruppo di Intervento Operativo (GIO), formato da agenti penitenziari di diverse carceri campane – il gruppo fu creato da Fullone per intervenire nei casi critici – racconta che le modalità operative della perquisizione “furono decise dal Comandante della penitenziaria nel carcere Gaetano Manganelli, cui in quella circostanza ero subordinato, non essendo in servizio al carcere di Santa Maria”.
 
E sui detenuti fatti inginocchiare faccia al muro e picchiati nella sala socialità, Colucci evidenzia che “le perquisizioni non prevedono tali modalità operative”. Manganelli, anch’egli imputato, ha riferito invece nelle scorse settimane che durante la perquisizione c’erano due diverse catene di comando, e che gli agenti esterni del gruppo comandato da Colucci rispondevano solo ai loro capi, appunto a Colucci, che arrivò a perquisizione iniziata, e al sostituto Emilio Paone (imputato nella seconda tranche del procedimento), scaricando dunque ogni colpa delle violenze sugli agenti provenienti da altre carceri. Versioni diverse, come quando Colucci afferma di non aver dato l’ordine ai suoi uomini partiti dal carcere di Secondigliano di entrare a Santa Maria armati, ovvero con caschi e manganelli. “Paone – racconta – mi disse che era stato il comandante Manganelli a dare ordine ai nostri di armarsi durante una riunione operativa tenuta al carcere prima della perquisizione. Ed in effetti nel furgone giunto da Secondigliano c’era equipaggiamento solo per 25 agenti”.  Parole che smentiscono tanto Manganelli quanto Fullone; in particolare l’ex provveditore in aula il 30 gennaio scorso aveva detto che era stato proprio Colucci ad autorizzare gli agenti esterni ad entrare armati nel carcere casertano. Un “tutti contro tutti” dunque al maxi-processo, nel momento decisivo. Colucci tratteggia in aula per sè un ruolo di secondo piano nella perquisizione, a dispetto di quanto raccontato da altri imputati. “Non ero a casa mia per cui non comandavo io” ripete più volte, tanto che il pm Pannone perde la pazienza. “Lei dunque cosa fa, visto che non ordina nulla”. “Dovevo mettermi a disposizione del Comandante del carcere, tanto che quel giorno sarei potuto non andare, essendo la mia presenza non necessaria”.