Se il calcio fosse un romanzo d’autore, il capitolo dedicato a Davide Ballardini e all’Avellino inizierebbe con un fermo immagine datato maggio 2024. In quel momento, sotto il cielo di Reggio Emilia, il tecnico ravennate usciva dal campo con lo sguardo nascosto dai suoi inconfondibili occhiali scuri, mentre il Sassuolo di proprietà Mapei scivolava inesorabilmente verso la Serie B (dopo la sconfitta arrivata con il Cagliari 0-2, ndr.). Quel prato sembrava essere diventato il teatro di un addio amaro, il punto di rottura di una carriera spesa a riparare sogni altrui. Invece, per uno di quei paradossi che solo il pallone sa generare, proprio quel luogo è diventato il punto di partenza della sua nuova vita sportiva.
Il ritorno di Ballardini in panchina non è solo una notizia di cronaca, ma una vera e propria carambola del destino. Chiamato dalla società biancoverde per sostituire Raffaele Biancolino e raddrizzare una stagione di Serie B che stava prendendo una piega pericolosa, l’allenatore si ritrova catapultato in un gioco di specchi. Il suo debutto ufficiale avviene infatti proprio al Mapei Stadium, la casa che lo aveva visto soffrire meno di due anni fa, ma stavolta per sfidare la Reggiana. È la perfetta rappresentazione delle sliding doors: la porta che si era chiusa con una retrocessione si riapre oggi con una missione salvezza che ha il sapore della sfida totale.
L’Avellino ha scelto di affidarsi all’uomo del ghiaccio nel momento di massimo calore della piazza. In un ambiente che vive di fiammate emotive e passioni viscerali, l’arrivo del “Normalizzatore” agisce come un contrappeso necessario. Ballardini non porta con sé proclami o promesse di bel gioco fine a se stesso, ma una dote rara: la capacità di guardare dentro il temporale senza bagnarsi. Il suo compito è trasformare una squadra fragile e timorosa in un blocco di granito capace di strappare i punti necessari per mantenere la categoria, riportando ordine dove regnava l’incertezza tattica.
Vederlo scendere dal pullman domenica prossima, a pochi passi da quegli spogliatoi che ancora conservano l’odore dell’ultima caduta, farà uno strano effetto a chiunque ami le storie di sport. Sarà un déjà-vu al contrario, un ritorno sul luogo del delitto per cambiare il finale della storia. Questa volta, però, alle sue spalle non ci sarà il silenzio ovattato di un club aziendale, ma il ruggito di un popolo che ha fame di riscatto. Ballardini ha accettato di sporcarsi le mani nel fango della lotta salvezza, consapevole che vincere al Mapei con il lupo sul petto significherebbe chiudere definitivamente i conti con il passato e iniziare a scrivere un futuro tutto biancoverde.
In duecento al Partenio-Lombardi per il primo ballo di Ballardini

















