A tre anni da quel 2 maggio, per papà Giuseppe Cutillo e mamma Rosa Picariello il tempo non ha lenito nulla. Ha solo reso il dolore parte della quotidianità, più radicato, quasi definitivo. Un dolore che lui stesso definisce senza appello: «Noi siamo già condannati all’ergastolo del dolore».
Giuseppe torna a parlare all’indomani della decisione della Procura di Avellino di rinviare a giidizio sei persone coinvolte nella filiera commerciale del dispositivo ritenuto pericoloso.
Già perchè quel maledetto due maggio Mary non ha fatto nulla di diverso da quello che facciamo tutti noi: arrivare a casa, mettere il cellulare sotto carica e riprenderlo tra le mani. Dispositivi acquistati come tutti noi, adolescenti ed adulti, in negozi generici con tanto di garanzie di sicurezza.
Ed è per questo che le parole di Giuseppe non cercano compassione, ma verità. E soprattutto giustizia.
«Spero che questo sia un inizio — dice con voce segnata ma ferma — perché noi abbiamo bisogno di sapere, abbiamo bisogno che chi ha sbagliato paghi davvero. Non per vendetta, ma per rispetto verso nostra figlia». In questa frase c’è tutto: la dignità di un padre che non urla, ma che non accetta il silenzio, che non si rifugia nel destino e non si accontenta di spiegazioni superficiali.
Giuseppe rifiuta l’idea che quanto accaduto possa essere archiviato come una tragica fatalità. Ed infatti le decisioni della Procura, ad oggi, gli danno ragione.
La famiglia Cutillo, assistita dall’avvocato Fabio Tulimiero sin dalla sera della tragedia e che ringrazia per la professionalità e la vicinanza, chiede giustizia per Mary e che non succedano mai più tragedie simili.
«Non può finire così — insiste — perché se finisce così, allora significa che può succedere ancora. E questo noi non possiamo accettarlo».
Il suo è un dolore che si è trasformato in battaglia. Ogni parola, ogni ricordo condiviso, ogni foto pubblicata non è solo memoria: è un modo per tenere accesa una luce su quanto è accaduto, per impedire che il tempo copra tutto.
«Noi non ci fermeremo — ripete Giuseppe— perché è l’ultima cosa che possiamo fare per lei. Mariantonietta merita verità, merita giustizia. E noi andremo avanti finché non l’avremo».
Poi la voce si incrina, ma non si spezza. «Ci sono giorni in cui l’affetto della gente ci aiuta, ci tiene in piedi. Ma ci sono momenti in cui non basta. Il ricordo ti prende, ti schiaccia. E allora capisci che senza giustizia non ci sarà mai pace. Mai».
Non c’è rabbia cieca nelle sue parole, ma una richiesta profonda, quasi morale. È la richiesta di un padre che ha visto spegnersi la vita della propria figlia e che oggi chiede allo Stato, alle istituzioni, a chi ha responsabilità, di non voltarsi dall’altra parte.
«Non vogliamo vendetta — conclude — vogliamo rispetto. Perché nostra figlia non è un caso. È una vita. E quella vita merita che qualcuno risponda».
E in questo grido composto, trattenuto, c’è tutta la forza di chi, pur distrutto, continua a restare in piedi. Non per sé, ma per amore. E per giustizia.




















