«Quella che coinvolge le Fonderie Pisano è una vicenda di dignità industriale e di valore collettivo. A fronte della disponibilità della proprietà le uniche risposte sono porte chiuse e dinieghi».
È un duro affondo quello affidato ad una nota ufficiale dal presidente di Confindustria Salerno Antonio Sada sulla questione delle Fonderie Pisano.
«Non siamo davanti ad un’azienda che rifiuta il cambiamento – sottolinea il numero uno degli industriali salernitani – ma ad un imprenditore che da oltre dieci anni cerca una soluzione seria e responsabile per garantire la continuità produttiva ed occupazionale, nel pieno rispetto delle norme».
Sada sottolinea come «la proprietà era ed è pronta a delocalizzare in un’area idonea, adeguare per il transitorio l’attuale sito ed investire in un nuovo stabilimento all’avanguardia, adottare tecnologie innovative e sostenibili, ridurre le emissioni e realizzare un impianto totalmente decarbonizzato. Un progetto – continua – che coniuga sviluppo industriale e tutela ambientale, salvaguardando il lavoro e le maestranze. A fronte di tutto questo le risposte sono dinieghi e porte chiuse».
Nella nota Sada parla apertamente di “Sindrome Nimby”.
«È un paradosso, il “non nel mio giardino”: si dice di voler difendere il lavoro – attacca Sada – ma si mettono a rischio posti di lavoro reali ed intere famiglie; si invocano investimenti sostenibili, ma si respingono proprio quelli che vanno in quella direzione. Questa non è tutela del territorio, è mancanza di visione. Perché dire sempre “no” è facile; molto più difficile è assumersi la responsabilità di governare il cambiamento, accompagnarlo e renderlo possibile in modo intelligente e sostenibile, nel rispetto delle regole e delle persone».
Il leader degli industriali salernitani si concentra, infine, sulle pastoie che stanno compromettendo il destino dell’azienda e dei lavoratori.
«Bloccare un nuovo progetto industriale conforme alle norme, orientato al futuro e pronto ad innovare non è prudenza: è un errore grave. Così non si colpisce solo un’azienda, ma una comunità, fatta di lavoratori, famiglie, competenze costruite negli anni. Un intero sistema produttivo – conclude Sada – che vuole restare, investire e crescere. Far chiudere un’impresa storica che si impegna ad evolvere è una sconfitta per la politica, per il lavoro, per il territorio e per il Paese».
Sada parla chiaramente di occasione che il sistema produttivo non può permettersi di perdere.
«L’auspicio – conclude – è che dopo il diniego dell’AIA la Regione Campania trovi una soluzione condivisa con l’azienda per un periodo transitorio e si attivi con altrettanta solerzia a rendere nell’immediato disponibile un’area dove poter realizzare la tanto agognata delocalizzazione, prima che sia troppo tardi. Serve massimo tempismo per evitare che l’azienda perda completamente il passo e, senza mercato, non si ritrovi più nelle condizioni di investire».


















