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Per anni parole come trasparenza, legalità, controllo sono state al centro della narrazione politica del centrodestra. Parole forti, identitarie, spesso utilizzate per marcare una distanza netta rispetto a pratiche opache e zone grigie dell’amministrazione pubblica. Ma oggi, di fronte al caso Santamaria, quelle stesse parole sembrano essersi improvvisamente affievolite. Fino quasi a scomparire.

La vicenda che coinvolge Gennaro Santamaria non riguarda un funzionario qualsiasi. Parliamo di una figura chiave del Comune di Benevento, dirigente apicale, responsabile di gabinetto, uomo centrale nei meccanismi decisionali e amministrativi. Un ruolo che, per sua natura, vive in equilibrio costante tra indirizzo politico e gestione tecnica. Ed è proprio questo a rendere la questione inevitabilmente politica.

Eppure, mentre emergono dettagli pesanti, mentre il dibattito pubblico si accende, una parte significativa del centrodestra resta in silenzio. Fratelli d’Italia e Forza Italia, in particolare, non hanno ancora espresso una posizione chiara e netta, nonostante rappresentino il territorio anche a livello parlamentare, con un deputato e un senatore. Un’assenza che pesa. Non solo simbolicamente.

Perché da forze politiche che fanno della legalità una bandiera, ci si sarebbe aspettati un intervento immediato. Una presa di posizione capace di chiarire, distinguere, indicare una linea. Non per sostituirsi alla magistratura, ma per esercitare quel ruolo politico di indirizzo e vigilanza che compete a chi ambisce a governare.

Il silenzio, invece, apre interrogativi. E li amplifica. Non va meglio sul fronte della Lega, che pure negli anni ha costruito una propria presenza sul territorio. Anche qui, la reazione è stata finora quasi impercettibile. Come se la vicenda non imponesse una riflessione politica urgente.

Ma è proprio in momenti come questi che si misura la credibilità di una classe dirigente. Non quando si parla in astratto di legalità, ma quando si è chiamati a confrontarsi con fatti concreti, con vicende che toccano direttamente le istituzioni e il loro funzionamento.

La politica, quando vuole, vede tutto. Controlla, verifica, interviene. Quando non vede, il sospetto è che abbia scelto di non guardare. Le mazzette non sono solo soldi. Sono un linguaggio. Sono il segnale di un sistema che scambia il pubblico con il privato, il ruolo con il favore, la funzione con l’interesse.

Ed è qui che il silenzio diventa un fatto politico. Perché non prendere posizione, in una vicenda che scuote il cuore dell’amministrazione cittadina, equivale a lasciare senza risposta una domanda fondamentale: dov’è finito, oggi, quel centrodestra che faceva della trasparenza e della legalità il proprio punto di forza?