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Lavori a Bagnoli, prossimo l’inizio del dragaggio dei fondali. E c’è chi rilancia l’allarme con un documento di analisi. “Il dragaggio, per raggiungere le quote necessarie all’ormeggio delle barche – afferma la rete sociale No Box – Diritto alla Città -, è un più profondo di quanto previsto nel progetto “generale” (da quanto si legge nel progetto definitivo di risanamento ambientale, esso raggiunge la quota di 3,30 m., compreso il capping)”. L’approfondimento tecnico della rete ipotizza: “Le opere e le lavorazioni che saranno svolte a terra sui sedimenti dragati riguardano la loro disidratazione e la loro caratterizzazione ed analisi. Diversamente da quanto indicato nel progetto generale, sarà solo di gestione rifiuti”. Secondo i No Box, “il loro trasporto a rifiuto dovrebbe avvenire via camion ma è possibile che possa avvenire attraverso una pratica di “autorizzazione di trasferimento transfrontaliera dei rifiuti””. Se fosse “perseguita questa ipotesi – prosegue il documento – si tratterebbe di dover realizzare nel cantiere un deposito temporaneo di rifiuti pericolosi di grande dimensione e discreta complessità, con copertura dei cumuli e loro monitoraggio tramite relative analisi chimiche”. Invece, “il ciclo medio di permanenza dei materiali dragati a terra per la caratterizzazione ed analisi chimiche, da progetto esecutivo, viene indicata in soli 10 gg, seguita da immediato trasporto a rifiuto per piccole quantità”. Proseguendo nella disamina, si sostiene che “dall’analisi ambientale riportata nell’elaborato analizzato risulta evidente che non appaiono assolutamente considerati gli inquinanti che invece sono sicuramente compresi nei sedimenti dragati”. Si tratta “di Ipa, Pcb, pesticidi, composti organolettici, diossine e furani, tutti evidenziati dallo Studio ABBaCO che è del 2020″.

A detta della rete No Box, sembrerebbe “una chiara sottovalutazione del rischio sanitario ad essi collegati, quello più volte segnalato dalle analisi di eminenti studiosi della materia. Anche il rischio ambientale a mare sembra risulti sottovalutato”. E dunque “il sostanzioso dragaggio che sarà fatto davanti alla colmata” non sarebbe “immediatamente seguito dal capping sottomarino, così, i nuovi inquinanti che verranno esposti, saranno, liberati e resteranno liberi per tutta la durata delle gare della 38a America’Cup e forse anche della successiva… Se così fosse, fino al 2030, nessuna messa in sicurezza sarebbe realizzata!”. Lo studio ABBaCO cui si fa riferimento (finito di realizzare nel 2020), è richiamato dall’architetto Antimo Di Martino, tecnico dei No Box. “Insieme a quello relativo alla campagna svolta nel 2005 da Icram (ora Ispra) – si spiega – rappresentano la base per tutti gli elaborati progettuali di carattere ambientale per l’area marina del Sin Bagnoli Coroglio, offre l’aggancio principale alle recenti dichiarazioni del prof De Vivo in merito all’evidente passaggio di fase da rischio potenziale a pericolo”. Dalla relazione finale dello studio ABBaCO, alle pagine 92 e 93, “si legge infaati della presenza rilevante di composti Organostannici e di Diossine e di Furani. Il passaggio è rilevante anche sul piano dei presunti rischi sanitari. “La presenza, certa, di composti organostannici e di diossine e furani – osserva Di Martino – sembra non sia stata presa in debita considerazione da chi ha elaborato e pubblicato gli elaborati progettuali citati. Il piano di monitoraggio per i lavori ora in esecuzione per le opere per la base logistica per l’America’s Cup (cod. PE-R-OM_AMB-5-2), ad esempio, sembra non tenerne assolutamente conto”. Di Martino sottolinea: “Tra qualche giorno dovrebbero iniziare i dragaggi dei fondali davanti alla colmata. I sedimenti dragati saranno depositati a terra per altre lavorazioni prima che si definisca come e dove smaltirli. Tra pochi giorni il pericolo potrebbe concreto!”.

RETE NO AMERICA’S CUP, LE PREOCCUPAZIONI IN UNA LETTERA APERTA AI VELISTI

Siamo cittadini napoletani e viviamo a Bagnoli, un quartiere che ha profondamente sofferto le conseguenze della speculazione industriale. Vi chiediamo cortesemente di dedicare qualche minuto alla lettura completa del nostro appello: solo così sarà possibile comprendere appieno le ragioni, le preoccupazioni e le richieste che abbiamo espresso con grande senso di responsabilità. Confidiamo nella vostra attenzione e sensibilità, auspicando di poter avviare un dialogo e avere presto occasione di incontrarVi”. Questa la premessa ad una lunga lettera aperta (in inglese ed italiano) della Rete No America’s Cup agli equipaggi partecipanti alla 38a America’s Cup – Napoli 2027. Qui il testo integrale:

Ci rivolgiamo a Voi, Squadre veliche e sportive, con rispetto ma anche con profonda preoccupazione. Chi naviga conosce il valore dell’acqua, il rispetto per gli ecosistemi, il legame etico che unisce lo sport velico alla tutela dell’ambiente. Proprio per questo sentiamo il dovere di condividere con Voi ciò che sta accadendo a Napoli, nell’area SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Bagnoli-Coroglio, dove sono in corso interventi giustificati come parte di una “grande occasione storica” legata all’evento velico dell’America’s Cup 38, previsto a Napoli nel 2027. Non siamo contro la competizione, né contro il significato sportivo e internazionale che essa rappresenta. Ma non possiamo ignorare le modalità con cui questa … “occasione” viene portata avanti perché queste modalità, sollevano interrogativi seri sul piano ambientale, sociale, sanitario ed etico. Ci appare difficile comprendere come chi dovrebbe avere a cuore il mare, possa accettare un modello di intervento che rischia di sacrificare territori fragili e Comunità locali, trasformando un evento sportivo in un’operazione dove prevalgono logiche di sfruttamento e interessi economici. La vela, per sua natura, dovrebbe essere espressione di equilibrio e rispetto, non il pretesto per interventi che possono compromettere ulteriormente un’area già segnata da criticità profonde. La scelta di utilizzare le aree dell’ex Italsider di Bagnoli nel contesto delle attività per la Coppa America, peraltro, solo come scenario di “servizio”, ha suscitato una protesta diffusa: sia per la decisione in sé, in un territorio segnato dal bradisismo, sia perché quell’area avrebbe dovuto avere una destinazione diversa, più coerente con i bisogni della Popolazione e con quanto promesso. A questo, si sono aggiunte forti perplessità sulle modalità di esecuzione dei lavori, ritenute non adeguate a garantire la tutela della salute, dell’ambiente e del territorio.

Ci colpisce, inoltre, la circostanza che nessun rappresentante dell’Organizzazione a tema velico, abbia ritenuto importante ascoltare le Associazioni attive nel quartiere e i Cittadini di Bagnoli, che da anni vivono e difendono quel territorio e ne conoscono i problemi reali. Il dialogo con chi abita e tutela quei luoghi non è un gesto simbolico, ma un passaggio fondamentale per chiunque voglia agire in modo responsabile. ricordiamo che dopo l’annuncio dell’organizzazione della Coppa America, a Bagnoli si è subito costituita una rete di cui fanno parte fra gli altri, l’Assemblea Popolare di Bagnoli, Medicina Democratica, l’Assise di Bagnoli, Mare Libero, Villa Medusa, Lido Pola, la Rete Sociale No Box Diritto alla Città, Ecologia Politica. È comprensibile che sia più semplice muoversi in contesti istituzionali e in ambienti accoglienti e protetti, come i circoli velici del lungomare della città, ma la realtà di un territorio non si esaurisce nelle visite ufficiali, guidate, plastificate e di facciata. Esiste una Comunità che chiede di essere conosciuta ed ascoltata, e che teme che questa … “occasione storica” possa tradursi in nuovi rischi per l’ambiente e per la salute. Per questo Vi chiediamo, con senso di responsabilità e nel rispetto dei valori che condividete come sportivi del mare, di informarVi, di porre domande, di pretendere trasparenza e garanzie scritte.

Non Vi chiediamo di rinunciare alla competizione, ma di non essere indifferenti alle conseguenze delle scelte che la accompagnano. Perché la vera sfida, oggi, non è solo vincere una regata, ma dimostrare che è possibile farlo senza tradire il mare e le Comunità che lo abitano. L’accelerazione nei lavori e l’assenza di trasparenza e garanzie di partecipazione confermano le preoccupazioni concrete sulla “messa in sicurezza” (non più bonifica), sulla viabilità, sul dissesto idrogeologico, sull’impatto ambientale e sanitario, sulla realizzazione di infrastrutture definite come “transitorie”, ma che in realtà diventeranno “permanenti”. Dobbiamo ricordare che il sito scelto per ospitare le strutture sportive dell’America’s Cup è situato a Bagnoli, un’area classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), ovvero, un territorio gravemente contaminato che porta ancora addosso il peso di bonifiche incomplete o errate, di conflitti sociali ed economici mai risolti, e che richiede interventi di bonifica reale a carico dello Stato. Qui l’inquinamento è documentato e riguarda sostanze altamente pericolose, tra cui Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), Pcb (Policlorobifenili), piombo, mercurio, amianto e arsenico, derivanti da decenni di attività industriali: impianti siderurgici come l’Ilva, produzioni di cemento-amianto come Eternit e Cementir, industrie chimiche come Montecatini, oltre a numerose realtà dell’indotto. Queste sostanze non appartengono al passato: sono state rilevate attualmente negli arenili, nell’aria e nei fondali marini, con implicazioni dirette per l’ambiente e per la salute. La concentrazione più elevata di queste sostanze tossiche, in misura superiore di oltre 1000 volte i limiti di legge, si registra proprio nelle acque attorno alla cosiddetta “colmata”: l’area in cui dovrebbero attraccare le imbarcazioni e dove è prevista la realizzazione delle strutture a supporto della gara. È qui che si concentrano le preoccupazioni più concrete. L’inquinamento non è solo un dato ambientale, ma ha già avuto conseguenze gravi e documentate sulla salute: si registra un’incidenza anomala di patologie come il mesotelioma e tumori dell’apparato respiratorio e della vescica, come attestato da fonti ufficiali (si veda il Registro Mesoteliomi (Renam), Registro Nominativo cause di morte (Rencam) Asl Napoli 1, Studio AngirR della X Municipalità-Distretto 25).

A rendere il quadro ancora più critico è il fatto che la bonifica di queste aree, inclusa la fonte principale dell’inquinamento, la cosiddetta “colmata a mare”, non è mai iniziata e, secondo le previsioni attuali, nonostante le dichiarazioni ufficiali, mai lo sarà! In alcune aree del Sin, è stata realizzata parzialmente (per quel che riguarda l’amianto), ma non completata, in altri non è mai realmente partita. Non possiamo accettare e, non accetteremo, che la salute dei Cittadini venga subordinata a logiche di visibilità, promozione turistica, speculazione edilizia ed economica, a favore di pochi “eletti”. Un evento, per quanto prestigioso, non può giustificare scelte che espongono un territorio e la sua Popolazione a rischi ambientali e sanitari. La tutela della salute e dell’ambiente, deve restare un principio non negoziabile, non una variabile sacrificabile in nome di interessi economici o di immagine.

Il prof. Gaetano Manfredi, nella sua doppia veste di Sindaco e Commissario Straordinario di Governo, tramite i suoi tecnici, sostiene che il rischio nell’area della colmata sarà eliminato grazie a un sistema di Capping e barriere ritenute “invalicabili”, in ogni caso a valle della, o delle, competizioni veliche in programma (anche l’AC 39 nel 2029 dovrebbe svolgersi a Napoli). Tuttavia, restano forti dubbi: non solo perché gran parte del sito, ben più esteso della colmata, rimarrebbe comunque esposto, ma anche perché diversi esperti mettono in discussione l’efficacia stessa di queste soluzioni. Secondo valutazioni autorevoli di studiosi a livello internazionale, le modalità con cui si sta intervenendo sulla colmata e nello specchio d’acqua antistante, potrebbero addirittura liberare nell’ambiente sostanze tossiche oggi intrappolate, o generarne di ancora più pericolose, una volta riattivate in mare, ed a contatto con elementi come cloro, stagno o mercurio. Altri studi evidenziano che una “blindatura” totale non può essere garantita, sia per i limiti tecnici del progetto sia per la natura del territorio: un’area fragile, soggetta a continui movimenti sismici, caratterizzata dalla presenza di falde acquifere, in loco superficiali, ed esposta alle azioni delle maree. Di fronte a questo quadro, la richiesta è semplice: confronto con le Comunità reali del territorio, interventi fatti davvero bene, con criteri di sicurezza, trasparenza e responsabilità. Scelte più attente e lungimiranti non solo sarebbero possibili, ma spesso anche più sostenibili dal punto di vista economico, oltre che ambientale e sanitario. È difficile, di fronte a questi elementi, non nutrire timori fondati sulle possibili conseguenze, di interventi che insistono su un territorio ancora così fragile e irrisolto. Dopo le proteste a Bagnoli e le denunce presentate in Tribunale, presso la Procura di Napoli, la struttura Commissariale non parla più di “bonifica” dei fondali ma di “messa in sicurezza”. Ma non si parla più di ciò che il Piano Regolatore aveva previsto, ossia, dell’eliminazione della colmata, come fonte principale di inquinamento, e del ripristino della linea di costa esistente prima della fase industriale. Non esiste un progetto di protezione delle aree bonificate. A Bagnoli si sta realizzando un ennesimo programma di ingiustizia sociale, ambientale e sanitaria che si tradurrebbe in sicuri danni alla composizione sociale del quartiere, alla salute ed all’ambiente, verificabili anche a distanza di mesi e di anni.

Ma vi è di più. Si dimentica che il territorio ha una sua drammatica peculiarità: il bradisismo.
Dopo migliaia di forti eventi sismici, anche recenti, dovuti al bradisismo e i giusti allarmi, i divieti, l’organizzazione delle procedure di evacuazione, si è autorizzata di imperio, la scelta di intervenire così pesantemente e irreversibilmente, senza una Valutazione di impatto Ambientale, nell’area del Sin. Cosa è cambiato perché questa emergenza sparisse improvvisamente? Fino alla Primavera 2025, a causa del bradisismo e degli sgomberi delle abitazioni lesionate, le stesse Istituzioni prospettavano l’eventuale istituzione di una “zona rossa” e, addirittura, la dichiarazione dello “stato di emergenza”, con la necessità di predisporre piani di evacuazione dell’area per ragioni di sicurezza. Successivamente, in modo repentino, è stata ritenuta compatibile la realizzazione di un evento di rilevanza internazionale, con afflusso previsto di centinaia di migliaia di persone. Tale mutamento di indirizzo solleva evidenti profili di criticità e coerenza amministrativa, anche alla luce degli interventi previsti, caratterizzati da un elevato impatto sul territorio. Appare, infatti, discutibile la scelta di destinare ingenti risorse economiche pubbliche ad opere funzionali all’evento, anziché prioritariamente procedere alla riqualificazione sismica del patrimonio edilizio pubblico e privato, danneggiato e non, e alla piena restituzione in sicurezza ed abitabilità dell’area alla Collettività.

L’operazione di esproprio delle abitazioni degli Abitanti dell’area di Coroglio, giustificata con la necessità di ospitare un evento prestigioso come l’America’s Cup 2027 a Napoli, assume per molti Residenti i contorni di una vera e propria violenza sociale. Non si tratta solo di un intervento urbanistico, ma di una decisione che incide profondamente sulla vita delle circa 100 famiglie coinvolte, che sarebbero costrette a lasciare case, relazioni e radici costruite nel tempo. In questo senso, l’esproprio non è percepito come un sacrificio condiviso per un interesse collettivo, ma come un’imposizione che incide brutalmente sulla vita di una Comunità precisa, senza un reale coinvolgimento nei processi decisionali e senza equilibrio tra interesse pubblico e diritti individuali. È qui che emerge con forza la dimensione sociale e umana: l’esproprio non può essere ridotto a una “questione tecnica o amministrativa”, perché tocca diritti fondamentali, equilibri familiari, identità personali e collettive. Qui la violenza non è fisica, ma istituzionale e simbolica: si manifesta nella compressione dei diritti elementari, primo fra tutti quello all’abitare, alla stabilità, alla continuità della
propria vita. Ad essere colpita è anche la dignità delle Persone, ridotte a ostacolo da rimuovere in nome di un … “progetto più grande”, come se la loro storia potesse essere cancellata o trasferitaaltrove senza conseguenze. Per queste Persone la perdita non è soltanto materiale ed economica: è identitaria, culturale, affettiva. Si spezza un tessuto sociale fatto di memoria, appartenenza e di relazioni quotidiane. Parlare di “violenza sociale” significa proprio questo: evidenziare come, dietro una scelta presentata come … “opportunità di sviluppo”, si nasconda un costo umano sproporzionato, pagato da pochi per un beneficio incerto e distribuito altrove. La città non dice il suo passato, lo contiene: cancellare un luogo significa dunque cancellare anche le vite che lo hanno costruito. Con la Coppa America si infrange, inoltre, il sogno della realizzazione di una lunga spiaggia libera per coloro che non possono aspirare a stare su mega yacht e nei circoli dei ricchi. Non si parla più del bosco, grande polmone verde per la città e del mare disinquinato, pulito a disposizione di tutti i napoletani. Nulla viene detto sul trasferimento del materiale inquinato e della sua permanenza nell’area dove verranno ormeggiate le Vostre imbarcazioni. I dati raccolti sulle polveri sottili dovute ai lavori sono stati minimizzati, fino a quando non sono intervenuti la Procura della Repubblica e l’Arpac, rilevando continui sforamenti dei limiti di legge che, è bene ricordarlo, sono meno restrittivi rispetto a quelli previsti dalla Comunità Europea della quale il nostro Paese è parte fondativa e fondamentale.

A Napoli, città sul mare, il mare è negato da decenni alla Cittadinanza. Il mare con questi interventi a Bagnoli non sarà più balneabile per il futuro, e la pesca, è da tempo vietata. Sappiate che nel porto costruito per i Vostri mega yacht non potrete bagnarVi o pescare! Tra i principali argomenti dei fautori dell’evento a Bagnoli spicca, immancabile, quello dei “grandi ritorni economici”. Ma qualcuno ha davvero verificato questi conti, o ci si limita a prenderli per buoni? La promessa del beneficio economico è una retorica ben nota, che accompagna da sempre i cosiddetti “grandi eventi”: sulla carta occasioni straordinarie di sviluppo, nella realtà spesso molto meno solide di quanto venga raccontato, se non addirittura, inesistenti. Si ha un impatto urbano e sociale sul territorio, non adeguato alle esigenze della Comunità locale. La 32a edizione del 2007 si è svolta nelle belle acque di Valencia (Spagna). La città veniva presa ad esempio come uno dei motori di uno sviluppo, che sembrava inarrestabile. Oggi il porto, una volta servito da base alla celebre regata internazionale e costato 1,8 miliardi di euro, è semideserto! A detta del Sindaco, la città negli anni 2021 e 2022 ha dovuto pagare 12 milioni di euro, e stanno ancora pagando il debito. Da anni gli edifici che accoglievano gli equipaggi delle regate, aspettano una nuova destinazione. In breve: l’America’s Cup 2007 si è rivelata un investimento pesante e poco vantaggioso per Valencia, con costi elevati, gestione inefficiente e ricadute negative e durature per la città e i suoi Cittadini. Se davvero ricadute economiche per la Comunità locale ci fossero state forse, si sarebbero tradotte in infrastrutture più adeguate. L’alluvione dello scorso anno solleva, infatti, un dubbio: tutte le grandi opere realizzate, legate all’America’s Cup 2007, gli interventi edilizi, le infrastrutture sono state progettate e realizzate in modo efficace, se poi, il sistema di smaltimento delle acque piovane si è rivelato così insufficiente e inadeguato? Possibile che il progetto non avesse previsto le condizioni morfologiche dei luoghi, anche in relazione ad eventi meteorici straordinari, come quello che ha causato la morte di oltre 200 Persone?

E ancora, dopo l’edizione del 2024, Barcellona (Spagna), con strutture portuali esistenti, ha rifiutato di ospitare un’altra edizione, e si è scelta Napoli. Barcellona si è opposta non alla competizione, ma al modello con cui questi grandi eventi vengono realizzati, in quanto le criticità sono molteplici. L’impatto urbano e sociale non è stato ritenuto adeguato alle esigenze della Collettività locale (come a Bagnoli). I costi pubblici sono elevati ed i benefici sono incerti e soprattutto, privatizzati: La totalità degli investimenti ricade sulle casse pubbliche, mentre i ritorni economici restano concentrati su pochi attori (raggruppamenti di costruttori, turismo di fascia alta, sponsor, grandi operatori). Vengono realizzate strutture costose che, finito l’evento, non sempre trovano un utilizzo duraturo o utile per la città e per il quartiere privo diservizi essenziali. In un contesto come quello di Bagnoli, con bisogni sociali, ambientali e sanitari urgenti, la gran parte dei Cittadini si chiede, se sia giusto destinare risorse così ingenti ad eventi temporanei. Dopo l’esperienza di Valencia e il rifiuto di Barcellona, la domanda che ci si pone è “la vela porta valore?”, ma “per chi, a quale costo e, con quali conseguenze?”. Ed è esattamente su questo piano economico, sociale ed etico che si è concentrata la contestazione.

La storia di Napoli e, non solo, ci ha insegnato che quasi sempre, questi eventi non sono altro che occasioni per speculazioni edilizie, per costruzione di grandi opere che spesso vengono abbandonate e il tutto, estromettendo le Rappresentanze cittadine dai processi decisionali. La competizione velica dell’America’s Cup per molti addetti ai lavori ha progressivamente perso il gusto della sana competizione sportiva. Questa Coppa, per chi ama lo sport, il mare, la vela non ha più gusto né forza simbolica. Sta diventando solo un ennesimo sistema speculativo intorno al quale girano gli interessi miliardari di pochi e dove la vittoria dipende più dal budget per lo sviluppo tecnologico di barche costosissime, che dall’abilità tattica e marinaresca dell’equipaggio. Con budget che superano i 90 milioni di euro, la competizione resta di fatto, riservata a poche squadre sostenute da grandi sponsor, assumendo sempre più i contorni di una vetrina tecnologica d’élite, piuttosto che
di uno sport accessibile. È proprio qui che si apre la frattura: da un lato c’è chi vede nell’innovazione il futuro della vela, dall’altro chi ritiene che questa deriva ne stia alterando l’essenza più autentica. Orbene, di fronte al quadro delineato, dove è certo per Napoli e per Bagnoli, il disastro futuro per l’ambiente e per la salute della Popolazione nei prossimi anni, l’evento velico può solo trasformarsi in un boomerang di immagine per chi vi prende parte.
A Voi squadre veliche e ai Vostri sponsor: siete certi che questa sia un’operazione neutra? O siete pronti ad assumerVi il peso di essere associati, anche solo indirettamente, a un contesto percepitocome critico sul piano ambientale e della salute? In un’epoca in cui la credibilità si misura anche sulla coerenza etica, il rischio non è teorico. È concreto! Passare, per l’Opinione Pubblica, da protagonisti dello sport a simboli di un modello che ignora le conseguenze? Vale davvero la pena correre questo rischio? O non sarebbe più coerente -con i valori del mare che dite di rappresentare – pretendere condizioni diverse, più trasparenti e realmente sostenibili, prima di mettere nome, barche e marchi su questa operazione? Se davvero si vuole il bene di Napoli, di Bagnoli, e il valore autentico della vela con la sua competizione, non potete più permettervi silenzi comodi, distrazioni e connivenze con le Istituzioni nazionali e locali.

A Voi velisti, e a chi guida l’Organizzazione dell’America’s Cup: la passione per il mare non può convivere con scelte che rischiano di trasformarsi in un danno ambientale e per la salute. Chi ama navigare sa cosa significa rispettare l’acqua, il vento, l’equilibrio fragile degli ecosistemi. Per questo, quando la governance diventa opaca, quando non è chiaro come vengono gestite le risorse o quali compromessi vengono accettati, si rischia di diventare complici – anche senza volerlo – di qualcosa che tradisce lo spirito stesso della vela. La risposta non è chiudersi, minimizzare o deridere gli Abitanti di un quartiere già colpito da tumori e malformazioni congenite, ma alzare l’asticella della responsabilità: più trasparenza, più chiarezza sugli accordi, più attenzione concreta all’impatto ambientale e sociale. Lo sviluppo, quando non è governato dalla giustizia, può trasformarsi in una forza omologante e distruttiva delle Comunità più fragili. Ancor prima delle regate, è la credibilità di chi organizza che deve stare al passo con i valori del mare. Perché senza questo, non è solo l’evento a perdere valore: si incrina la fiducia di un’intera Comunità di velisti e, al tempo stesso, viene gravemente penalizzata la Comunità locale, che ne subisce direttamente le conseguenze. In questo contesto, la Comunità non arretra: resta unita nella consapevolezza del proprio valore umano, sociale ed etico, e continua con determinazione a difendere diritti, dignità e futuro. Anche di fronte al silenzio o all’indifferenza, la Sua voce non si spegne: si esprimerà con forza attraverso tutti gli strumenti democratici, guidata da un senso profondo di giustizia e responsabilità collettiva. E la Coppa America verrà ricordata anche per queste responsabilità, lasciando dietro di sé non solo opere e trasformazioni urbane, ma anche il segno delle scelte compiute e del prezzo umano, ambientale, sociale e sanitario, pagato da una Comunità che ha dovuto lottare per essere ascoltata.