Il Primo Maggio in Campania ha cinque sfumature diverse di bianco e nero ed un colore dominante: il rosa del lavoro che fatica ad emergere. È la fotografia di una regione in cui la festa dei lavoratori resta, per metà della popolazione, una promessa incompiuta.
La geografia dell’occupazione femminile disegna gerarchie nette. A guidare è Salerno, con un tasso che sfiora il 39%, il più alto della regione. Nella Piana del Sele, l’agroindustria e l’università tengono in piedi un’occupazione più stabile: 26-28mila euro per un’impiegata, oltre 50mila per le poche dirigenti che sfidano il soffitto di cristallo. Il gender pay gap graffia, ma meno che altrove. Napoli è il più grande paradosso, perchè vanta l’esercito più numeroso di lavoratrici, oltre 300mila, eppure il tasso si ferma al 33%. Troppo sommerso, troppo part-time imposto. Nel commercio e nel turismo le buste paga si assottigliano a 14-18mila euro. Le eccezioni si registrano in area portuale, in aeroporto e tra le fila della finanza, dove le donne toccano i 56mila euro, ma gli uomini ne guadagnano 80mila. Napoli è capitale del lavoro femminile, non ancora della sua dignità.
Avellino e Benevento offrono un’occupazione minuta e istruita: tassi al 27-29%, svuotati dallo spopolamento. Il pubblico impiego garantisce 25-27mila euro e un divario più mite, ma le occasioni sono poche. A Benevento il 30,4% delle giovani è neet: non studia, non lavora, scompare. La nostra classifica la chiude Caserta, dove manifattura e logistica parlano totalmente al maschile. Occupazione femminile al 30%, paghe che raramente superano i 24mila euro. Le oasi dell’aerospazio restano nicchie che non fanno nemmeno media. Ma c’è un’altra mappa, monocolore ma invisibile. Perché quando il lavoro regolare non c’è, il lavoro nero si tinge di rosa. Badanti senza contratto, braccianti pagate a giornata nella Piana, commesse con metà stipendio in busta e metà in contanti, sarte a domicilio nell’Avellinese, estetiste e parrucchiere ovunque.
Il 66,9% di donne campane che non lavora ufficialmente è in realtà sfruttata nei campi, nelle case, nei retrobottega. È part-time involontario al 15,6%, contro il 5,1% degli uomini. Si legge che solo il 18% delle assunzioni femminili è a tempo indeterminato.
Il sommerso è soprattutto cura. Ovviamente cura di madri, moglie, figlie. Quella cura che è declinata al femminile è una ferita al cuore della Campania. Anziani, bambini, disabili: un esercito di donne regge il welfare che manca. Senza ferie, senza malattia, senza contributi. Con atroci sofferenze fisiche e psicologiche spesso taciute. E così, dopo cura, cuore e dolore, la pensione di vecchiaia sarà del 44,1% più bassa di quella di un uomo.
Il Primo Maggio campano, allora, non può parlare solo alle fabbriche e agli uffici. Deve accendere luci sui balconi di Caserta dove si cuce a cottimo, deve ricordare le campagne di Salerno pagate tre euro l’ora, deve aprire il cuore delle case di Napoli dove una caregiver tiene in piedi una famiglia senza averne una sua. Deve andare oltre numeri e percentuali per salvare le storie.

















