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Non una richiesta di replica, né una smentita formale. Ma una telefonata diretta, arrivata sul numero personale, con toni intimidatori e un messaggio preciso: “Ti insegno io a fare giornalismo”. È l’ennesimo episodio intimidatorio. Stavolta da parte di uno dei soggetti coinvolti nella maxi inchiesta sugli appalti pubblici, finita al centro dell’attenzione pubblica e giudiziaria.

Una telefonata inattesa, alle 22:27, dai toni particolarmente decisi. Tutto tracciato.  Dall’altro lato della cornetta, un uomo evidentemente irritato per un articolo pubblicato nelle ore precedenti. Un articolo che riportava fatti, circostanze e sviluppi relativi ad una vicenda di interesse pubblico, già oggetto di attenzione investigativa. Nessuna invenzione, nessun attacco personale, nessuna ricostruzione fantasiosa. Solo cronaca. Quella che un giornalista è chiamato a fare.

Eppure, anziché affidarsi agli strumenti previsti dall’ordinamento – una replica o eventualmente una querela nelle sedi opportune – si è scelto un altro metodo: recuperare il mio numero personale e contattarmi direttamente in tarda serata per preannunciare azioni legali e contestare il mio lavoro con toni che definire accesi sarebbe riduttivo.

“Ti insegno io a fare giornalismo. Domani ti querelo.” È una frase che pesa. O meglio, pesa se non hai le spalle larghe. Soprattutto perchè prova a spostare il confronto dal piano dei fatti a quello della pressione personale. E non è un dettaglio.

Chi fa questo mestiere sa bene che raccontare determinate vicende significa inevitabilmente esporsi a critiche, attacchi e minacce di querela. Fa parte del gioco democratico, purché tutto resti nel perimetro del rispetto reciproco e delle regole. Ma c’è una differenza sostanziale tra esercitare un diritto e tentare di intimidire chi sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro.

Il punto, infatti, non è la querela in sé. Chiunque ritenga di essere stato diffamato ha pieno diritto di rivolgersi alla magistratura. Il punto è il metodo. È la necessità di trovare il numero privato di un giornalista. È la necessità di raccogliere informazioni sulla mia vita personale. È la volontà di trasformare una contestazione in una telefonata personale, serale, dai toni intimidatori.

Ogni tentativo di pressione verso chi racconta fatti di interesse pubblico rappresenta un problema che riguarda tutti, non soltanto chi firma un articolo. Continuerò a fare il mio lavoro come ho sempre fatto: raccontando fatti, leggendo atti, verificando informazioni e scrivendo notizie di interesse pubblico. Senza farmi intimidire da telefonate, pressioni o minacce di querela annunciate al telefono.