Premessa è d’obbligo. Quella che segue è una ricostruzione fantasiosa, così come i sondaggi che circolano dalle parti del Partito Democratico irpino. Nessuna accusa diretta viene formulata nei confronti di candidati o partiti. Ma il quadro che emerge impone interrogativi pesanti nel pieno della campagna elettorale per il Comune di Avellino.
I nomi che tornano continuamente sono quelli dei fratelli Galdieri. Pasquale Galdieri, condannato in via definitiva a 25 anni di reclusione. Nicola Galdieri, condannato a 21 anni. Per gli inquirenti erano figure apicali del cosiddetto “Nuovo Clan Partenio”, organizzazione criminale ritenuta radicata nel territorio irpino e operativa in attività come estorsioni, usura e controllo del territorio.
Poi c’è Alfio Galdieri (al centro nella FOTO 1), unico fratello non detenuto. Né tantomeno indagato. Ed è attorno alle sue frequentazioni pubbliche che nelle ultime settimane si stanno concentrando attenzioni e polemiche.

Sui social sono apparse fotografie, video e momenti conviviali che mostrano Alfio Galdieri insieme ad Ettore Iacovacci (a sinistra nella FOTO 1), e a Pasquale Ferraro (penultimo a destra nella FOTO 2), rispettivamente candidati del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle al Consiglio comunale di Avellino. Non immagini private finite casualmente online, ma contenuti pubblicati e condivisi apertamente, accompagnati da commenti, like e interazioni che hanno rapidamente iniziato a circolare negli ambienti politici cittadini.
In alcune immagini compare anche Costantino Giordano (a sinistra nella FOTO 4), ex sindaco di Monteforte Irpino. Un nome che riporta immediatamente ad una delle pagine più controverse della recente storia amministrativa irpina: lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche.
Nelle relazioni prefettizie che portarono allo scioglimento dell’ente veniva descritto un quadro pesantissimo, con riferimenti alla presenza del Clan Partenio all’interno della vita amministrativa e politica locale. Un contesto che trasformò Monteforte Irpino in uno dei casi simbolo del rapporto malato tra criminalità e istituzioni in Campania.

Ed è proprio il ritorno di certi nomi, certe relazioni e certe presenze a generare ombre e interrogativi sulle Elezioni comunali di Avellino. Il nome di Ettore Iacovacci, inoltre, compare da anni in diverse cronache giudiziarie cittadine. Tra gli episodi più delicati c’è quello relativo all’incendio dell’auto di Sabino Morano, un fatto che all’epoca provocò enorme allarme politico e mediatico.

Secondo quanto riportato in alcune ricostruzioni giornalistiche (FOTO 3) basate su intercettazioni, Damiano Genovese avrebbe riferito ai fratelli Galdieri l’ipotesi che il mandante dell’incendio potesse essere proprio Iacovacci. Circostanze tutte da contestualizzare e valutare nelle sedi competenti, ma che contribuirono ad alimentare ulteriormente un clima già pesantissimo attorno alla politica cittadina.
Il nome di Iacovacci compare anche nelle vicende legate all’inchiesta Alto Calore Servizi, altro terremoto giudiziario che colpì il sistema politico-amministrativo irpino. Un’inchiesta che coinvolse dirigenti, amministratori e figure vicine alla politica locale, facendo emergere un sistema di rapporti, pressioni e gestione del consenso che per mesi dominò il dibattito pubblico ad Avellino.

Nel frattempo, mentre la campagna elettorale entra nel vivo, le immagini continuano a circolare. Foto di gruppo, serate, momenti conviviali, rapporti ostentati senza particolare prudenza. E soprattutto una domanda inevitabile: possibile che nessuno nel Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle abbia ritenuto inopportuno tutto questo? Possibile che il candidato sindaco Nello Pizza non si sia accorto di nulla?
Perché il punto non è stabilire responsabilità penali dove non esistono sentenze. Il punto è comprendere il livello di permeabilità della politica locale rispetto ad ambienti che, direttamente o indirettamente, gravitano da anni attorno alle cronache criminali dell’Irpinia.

In territori segnati da decenni di inchieste, arresti, scioglimenti per mafia e relazioni prefettizie devastanti, la questione non riguarda soltanto la legalità formale. Riguarda l’opportunità politica, il messaggio che si trasmette all’esterno e il confine – sempre più sottile – tra consenso, relazioni personali e gestione del potere.
Anche perché il “Nuovo Clan Partenio” non è stato un’invenzione giornalistica o un’etichetta politica. Le sentenze definitive hanno certificato l’esistenza di un’organizzazione criminale radicata sul territorio avellinese. Ed è inevitabile che la presenza pubblica di familiari, amici, relazioni storiche e figure orbitanti attorno a quel mondo finisca oggi sotto osservazione.
Soprattutto quando tutto questo si intreccia con candidature, campagne elettorali, presenze ai comizi e dinamiche interne ai partiti. In campagna elettorale, più che in altri momenti della politica, le fotografie non sono mai soltanto fotografie.




















