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Altro che notti magiche. Quello che prenderà il via questa sera tra Messico, Stati Uniti e Canada sarà il terzo Mondiale consecutivo senza l’Italia. Un’assenza pesante, difficile da ignorare, che fotografa una realtà ormai evidente. E se si allarga lo sguardo al passato, il dato diventa ancora più amaro: per ritrovare una gara “secca” con gli azzurri in campo bisogna tornare alla finale di Berlino 2006, quando il rigore di Grosso consegnò la Coppa del Mondo all’Italia.

Da quella notte sono trascorsi vent’anni, durante i quali è cambiato profondamente anche il modo di vivere il calcio. Le nuove generazioni, sempre più spesso, non crescono più inseguendo il mito di “Baggio, Totti e Del Piero” tra campetti di quartiere, cortili e strade, dove tutto aveva inizio. Un fenomeno che in Paesi come Spagna e Germania continua a esistere, mentre in Italia sembra essersi progressivamente spento.

Eppure non è sempre stato così. Cosa troverebbe oggi un ragazzo del 2026 se potesse salire sulla DeLorean di “Ritorno al Futuro” e tornare indietro nel tempo fino alla Benevento degli anni ’90 e 2000? Il capoluogo sannita era un intreccio continuo di campetti improvvisati, cortili, spiazzi e strade che ogni giorno si trasformavano in piccoli stadi gremiti. Bastavano due pietre per le porte e il gioco era fatto. Nessun arbitro, nessuna tecnologia, nessun allenatore: solo regole decise sul momento e discussioni infinite, parte integrante della partita.

Al Rione Libertà e al Rione Ferrovia ogni angolo diventava teatro di sfide tra quartieri, senza dimenticare la Pietà, Pacevecchia, Capodimonte e la zona Mellusi dove si giocava fino a quando la luce lo consentiva. Erano tornei senza calendario né classifiche, ma capaci di durare un’estate intera e di costruire amicizie, rivalità e soprattutto talento attraverso un format valido lungo tutto lo Stivale. È lì che nasceva il calcio, quello vero con il pallone che continuava a roteare in qualsiasi condizione meteo. Gare infinite che venivano interrotte solo dall’inevitabile “vieni è pronto da magiare”, una sorta di linguaggio globale che decretava il triplice fischio. 

Oggi quei luoghi sono cambiati. Al posto dei Super Santos ci sono smartphone, videogiochi e social network. Non è un fenomeno esclusivamente beneventano, ma resta inevitabile interrogarsi su quanto la progressiva scomparsa del calcio di strada abbia inciso sul movimento italiano. Perché tecnica, fantasia e imprevedibilità — qualità che hanno sempre contraddistinto il calcio azzurro — difficilmente si apprendono in un’ora e mezza di allenamento strutturato. Nascevano altrove, in quelle partite infinite giocate senza adulti, dove l’unica regola davvero non scritta era una sola: non voler mai uscire dal campo.