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 “Tranquill* non è contagioso, è favoloso!”, con questo motto che richiama l’importanza dell’accoglienza e della valorizzazione delle diversità, una marea colorata, festosa e straordinariamente partecipata ha  invaso le strade di Atripalda in occasione dell’attesissimo Irpiniapride.

Tra i protagonisti più attesi della giornata, l’iconica drag queen Priscilla, circondata dall’entusiasmo dei partecipanti,  ha voluto innanzitutto fare chiarezza sul senso profondo delle figure di riferimento all’interno dei Pride, scardinando alcune consuetudini commerciali che spesso rischiano di snaturare queste storiche manifestazioni.
“Non accetto l’idea che i Pride debbano necessariamente essere guidati da madrine o padrini- rivendica- il movimento non ha mai avuto un reale bisogno di figure di facciata, specialmente di quei personaggi celebri, come molti cantanti estranei alla comunità, che scelgono di riscoprirsi alleati della causa soltanto nel mese di giugno, in concomitanza con la vetrina mediatica globale del Pride Month.

E sullo stato attuale dei diritti civili nel panorama nazionale, l’artista non ha nascosto una profonda e severa preoccupazione: “Le recenti cronache e le manifestazioni promosse dalle frange di estrema destra, adottano neologismi ambigui: la parola “remigrazione”,  non è altro che un termine inventato per edulcorare una realtà ben più cruda, la cui definizione corretta e storicamente appropriata è “deportazione”. Si tratta di un vocabolario e di concetti che evocano inevitabilmente i periodi più bui e drammatici della storia dell’umanità e della stessa comunità queer.

Davanti a questi scenari, Priscilla ha lanciato un accorato appello alla mobilitazione permanente, invitando a non abbassare mai il livello di guardia: “Il pericolo più grande è l’illusione che le conquiste ottenute in passato siano ormai permanenti: la storia insegna che i diritti civili non possono mai essere dati per scontati, poiché le tutele sociali possono sgretolarsi da un giorno all’altro”.

Presenti anche i sindaci di Atripalda, Paolo Spagnuolo, ed Avellino, Nello Pizza, che hanno ricordato a gran voce  come tocca anche alle istituzioni continuare a lavorare per favorire i valori dell’inclusione contro ogni forma di discriminazioe. 

Tra le testimonianze, anche quella di Don Vitaliano Della Sala, che è salito sul palco indossando il colletto ecclesiastico insieme a una spilla arcobaleno. «Porto questo colletto con orgoglio», ha esordito il parroco. «È lo stesso che ventisette anni fa portavano tanti vescovi e cardinali quando dicevano che i gay a Roma non erano i benvenuti. Oggi la Chiesa e la nostra società hanno fatto passi avanti, soprattutto per una frase semplice pronunciata dal cuore di Papa Francesco: “Chi sono io per giudicare un gay?”. Da quel momento è cambiato tutto».

Don Vitaliano ha poi messo in guardia la piazza sui rischi di un arretramento culturale: «I diritti acquisiti non sono acquisiti per sempre. Ce lo ricorda il generale Vannacci: pensavamo che certi argomenti non avessero più legittimità nella nostra società, e invece è ancora così».

Il passaggio più applaudito ha riguardato il legame tra fede e orientamento affettivo: «Un prete mi ha scritto in questi giorni dicendomi che l’amore non è peccato. Questo lo diceva già il Vangelo duemila anni fa: dove c’è amore non c’è peccato, mai. Il vero peccato è l’omofobia, cioè quando c’è violenza nei confronti degli altri».