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Ci sono calciatori che si ricordano per i gol, altri per i trofei. E poi ci sono quelli che diventano parte della tua infanzia, dei tuoi sogni, delle domeniche passate davanti alla televisione con il cuore che batte più forte.

Per me, Igor Protti era uno di questi.

La notizia della sua morte mi ha riportato indietro nel tempo, a quando ero un bambino che viveva il calcio con l’ingenuità e la passione che solo quell’età sa regalare. Ricordo ancora la felicità immensa quando il Napoli decise di acquistarlo. Per molti era semplicemente un attaccante forte, un bomber capace di segnare ovunque. Per me era molto di più: era la speranza che il Napoli potesse tornare a sognare.

In quegli anni il peso della storia era ancora enorme. La maglia numero 10 del Napoli non era una maglia qualsiasi. Era la maglia di Diego, un simbolo che sembrava impossibile da raccogliere. Eppure, nella fantasia di un bambino, tutto era possibile.

Quando vidi Igor Protti arrivare in azzurro, immaginai subito quel sogno: vederlo con l’ultima numero 10 del Napoli in Serie A sulle spalle. Un’immagine che ancora oggi custodisco nella memoria. Non era solo una questione di numeri o di calcio. Era il desiderio di credere che una nuova storia potesse cominciare, che qualcuno potesse raccogliere un’eredità impossibile e portarla avanti con dignità.

Protti aveva qualcosa che conquistava la gente. Non era soltanto il fiuto del gol. Era il carattere, l’umiltà, la capacità di lottare. Era uno di quei giocatori che davano l’impressione di appartenere alla gente comune, pur vivendo il sogno del calcio professionistico.

Da bambino non guardavo statistiche o classifiche. Guardavo le emozioni. E Igor Protti me ne regalava tante. Ogni sua partita accendeva la fantasia, ogni gol alimentava la speranza.

Oggi, pensando a lui, non mi vengono in mente soltanto le sue reti o le sue imprese sportive. Mi tornano alla mente i pomeriggi della mia infanzia, le discussioni con gli amici, le figurine conservate gelosamente, l’attesa della domenica. Mi torna in mente quella felicità genuina che provai quando arrivò a Napoli e quel sogno mai dimenticato della numero 10 azzurra.

Il calcio passa, i campioni passano, ma alcuni ricordi restano. E restano perché sono legati a una fase della vita che non tornerà più. Per questo oggi non saluto soltanto un calciatore. Saluto un pezzo della mia infanzia.

Ciao Igor. Grazie per i sogni, per le emozioni e per quel frammento di bambino che, attraverso il tuo calcio, continua ancora a vivere dentro di me.