Tempo di lettura: 3 minuti

Non spara meno, ma fa meno rumore. La criminalità organizzata ormai non è soltanto quella delle piazze di spaccio, delle estorsioni e delle “stese”. È qualcosa di diverso, più difficile da vedere e quindi più difficile da fermare.

“È un fenomeno vivo, capace di cambiare, adattarsi e innovarsi”, dice il procuratore generale Aldo Policastro aprendo il Congresso internazionale di criminologia alla Federico II. Poi aggiunge, con una formula che è insieme diagnosi e allarme: non siamo più soltanto davanti alla criminalità visibile, ma a “una realtà più silenziosa, più sofisticata, finanziaria e tecnologica, capace di mimetizzarsi nell’economia legale”.

Le indagini lo raccontano: “riciclaggio in criptovalute, uso di applicazioni cifrate, circuiti internazionali di moneta elettronica, delocalizzazione dei capitali”, un sistema criminale che usa gli stessi strumenti della finanza globale.
“Se le regole non tengono il passo con la tecnologia, si creano zone grigie”, avverte Policastro, “ed è proprio in quelle zone che la criminalità si espande”. È lì che il confine tra lecito e illecito si fa incerto, e dove l’innovazione, senza controllo, può diventare un’opportunità per le mafie.

La camorra, del resto, non si accontenta più del territorio. “Non vuole soltanto comandare: vuole investire, crescere, apparire rispettabile”. È una mutazione profonda: il potere non passa solo dalla forza, ma dalla capacità di stare dentro il mercato, di alterarlo senza apparire.

I settori sono quelli dell’economia quotidiana: edilizia, logistica, commercio, servizi, turismo. Qui il capitale illecito entra, compete, spesso vince. Non fa rumore, ma cambia le regole del gioco: espelle le imprese sane, trasforma il profitto criminale in successo apparente.

Il legame con la corruzione è inevitabile. “Criminalità e corruzione si alimentano reciprocamente”, osserva il procuratore. Ma il punto, sottolinea, è un altro: il diritto penale arriva tardi. “L’intervento penale interviene spesso quando il danno è già prodotto”.
Per questo la risposta non può essere solo repressiva. “Servono amministrazioni forti, controlli effettivi, procedure trasparenti. È qui che si gioca la partita, prima ancora che nei tribunali. Ma la legislazione più recente sembra andare in un’altra direzione”.

Il Procuratore Generale ha infine richiamato la responsabilità collettiva nel contrasto alla criminalità organizzata, che non può essere demandato esclusivamente alla magistratura e alle forze di polizia, ma richiede il contributo di tutte le componenti della società: istituzioni, politica, imprenditoria e cittadini.

“La magistratura e le forze di polizia fanno e continueranno a fare la loro parte– ha concluso – ma il contrasto alla criminalità passa anche dalla costruzione di una comunità fondata su legalità, responsabilità e rispetto dei principi costituzionali”.