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Dalla polvere di amianto alla colata di cemento, la storia dell’ex Sacelit di Volla sembra avvolta da un destino segnato da veleni e illegalità. Laddove un tempo si fabbricava la morte e si distruggevano i polmoni dei lavoratori, oggi si è edificato un impero di mattoni tra appartamenti, uffici e negozi nati su un’area industriale dove nessuno avrebbe mai dovuto abitare. A spezzare l’incantesimo di quella che si prefigura come l’ennesima speculazione edilizia alle porte di Napoli è stato il blitz dei Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo carabinieri Parco di Ottaviano, in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Nola su richiesta della Procura. I militari dell’Arma hanno apposto i sigilli a un intero cantiere e complesso immobiliare da 151 unità tra appartamenti, uffici e locali commerciali, per un valore stimato che sfiora i quarantacinque milioni di euro.

Sette gli indagati, tra imprenditori della società Volla Evolution e figure chiave della vicenda, chiamati a rispondere di lottizzazione abusiva ed edilizia in concorso per aver trasformato un’area classificata come industriale D1 in un elegante quartiere residenziale da oltre 68.573,97 metri cubi, spingendo la volumetria ben 45 mila metri cubi oltre i limits consentiti grazie a permessi e titoli ritenuti illegittimi dagli inquirenti, che hanno fatto salve solo le abitazioni già vendute o locate a terzi estranei. Come è stato possibile? Come ha potuto l’ufficio tecnico comunale autorizzare uno scempio simile? Perché nessuno ha controllato nel corso dell’edificazione che i documenti fossero in regola? E ancora: su quei suoli la bonifica è stata portata a termine ed è stata regolarmente certificata? Resta l’interrogativo più grande: come si può costruire un quartiere residenziale su un’area industriale?

Di fronte alla bufera giudiziaria, non si è fatta attendere la replica del sindaco Giuliano Di Costanzo, che ha voluto fare chiarezza prendendo le distanze dalle concessioni originarie e precisando che il permesso di costruire relativo a Volla Evolution era un atto già ampiamente consolidato prima dell’insediamento della sua prima amministrazione. Il primo cittadino ha inoltre ricordato che la Commissione consiliare d’indagine sulle questioni urbanistiche, istituita nel 2023, ha interrotto i propri lavori in modo anomalo senza mai depositare agli atti dell’Ente i verbali né una relazione finale, motivo per cui ha annunciato di aver protocollato una richiesta ufficiale di accesso agli atti in nome della trasparenza.

Ma l’operazione sull’ex fabbrica è soltanto la punta di un iceberg ben più profondo, la fotografia nitida di come Volla sia diventata negli anni un vero e proprio laboratorio della speculazione edilizia dell’hinterland, un comune cerniera situato a ridosso della zona rossa vesuviana dove il business del cemento indossa da tempo l’abito da sera e si muove tra i cavilli di una burocrazia compiacente e sartoriale. I meccanismi per aggirare i vincoli poggiano infatti su architetture contabili e urbanistiche raffinate: dalle posticce Scia alle modifiche in corso d’opera — veri e propri trucchetti per realizzare appartamenti di pregio tramite comodi cambi di destinazione d’uso — fino ai progetti spacciati per edilizia sociale convenzionata che finiscono invece dritto sul mercato libero, o ai capannoni per attrezzi in zone agricole tramutati in complessi residenziali e aree commerciali per la grande distribuzione.

A fare il resto ci hanno pensato l’uso disinvolto del Piano Casa e il controverso fenomeno dell’atterraggio delle cubature, una girandola di cessioni di capacità edificatoria capace di far trasferire volumetrie da un terreno all’altro, talvolta persino valicando i confini comunali o saturando aree protette e Zone F in totale spregio ai principi di contiguità e omogeneità urbanistica. Che in questo territorio le regole valessero solo per certi comitati d’affari lo sa bene Ernesto Russo, il cittadino che nel lontano 2001 acquistò un piccolo lotto di terreno abbandonato con l’intenzione di edificare una modesta abitazione su due livelli nel rispetto della legge e che, dopo essersi opposto ai tentativi e alle pressioni dei soliti cementificatori di professione, si è ritrovato imbrigliato in un calvario burocratico infinito; intanto, tutt’intorno alla sua proprietà sbocciavano come funghi enormi palazzi dotati — guarda caso — di concessioni e licenze con il “pezzotto” incorporato, mentre per lui ogni mattonella diventava un miraggio.

Una sorte comune a tanti piccoli proprietari della zona, sistematicamente respinti dagli uffici tra rinvii, pareri sfavorevoli e fantomatiche zone bianche, accompagnati dal solito consiglio dell’amico dell’amico a non farsi il sangue amaro e svendere alla cooperativa di turno. Sullo sfondo di questo sacco territoriale resta l’assordante silenzio di una politica locale che ha visto cadere come birilli giunte di ogni colore politico, tra crisi di governo simulate e rotture di alleanze che nascondevano le vere fibrillazioni per il controllo del mattone.

Un caso sbarcato persino sui banchi del Parlamento con un’interrogazione dell’onorevole Arturo Scotto e successivamente del senatore Sandro Ruotolo, entrambe volte a denunciare il proliferare di complessi nati dalla demolizione di stabili rurali e dal travaso selvaggio di volumetrie. Il vero nodo resta il mancato recepimento del Piano Urbanistico Comunale, un Puc mai approvato — guarda che combinazione — che avrebbe posto vincoli chiari e tutele stringenti al territorio, ma che è stato deliberatamente accantonato per lasciare campo libero alla discrezionalità delle autorizzazioni, alle interpretazioni fantasiose di burocrati complici e a un giro d’affari milionario tra società, studi di progettazione e consulenze opache. Un immenso ingranaggio economico, un fiume di denaro investito, lavatrici edili che girano a velocità sostenuta e riserve sotto banco utili a ungere i meccanismi: anche su questo segmento pare che i magistrati della Procura di Nola vogliano vederci chiaro.