Don Remigio, Parroco della Parrocchia Santa Maria Maggiore di Mirabella Eclano, attraverso una dura ma accorata lettera aperta cerca di salvare la secolare tradizione della Tirata del Carro.
Un documento volto a ricucire i rapporti e sanare i contrasti tra l’Amministrazione comunale, la Fondazione “Il Carro ETS”, la famiglia Faugno e i Carristi di fronte alle recenti difficoltà di gestione e alle perizie sulla storica macchina festiva.
L’incipit della missiva del parroco mette subito in luce la gravità del momento emotivo vissuto dalla cittadinanza, toccando la corda dell’atto devozionale di settembre: “Come ogni eclanese vivo con angoscia e apprensione i giorni difficili che la nostra città sta affrontando e avverto il peso dell’enorme ferita che le vicende legate al Carro arrecano all’intera comunità, ai credenti e non credenti, ai residenti e ai lontani, che ogni anno attendono settembre per rinnovare l’atto di affidamento alla Madre Addolorata e rivivere l’emozione della Tirata.”
Per don Remigio, la maestosa opera intrecciata non è soltanto un’attrazione folkloristica o un catalizzatore turistico, ma assume un valore trascendentale e identitario profondissimo: “Tutti noi riconosciamo nell’Obelisco di grano un segno identitario, nonché un immenso patrimonio di religiosità, arte e cultura, concepito dalla fede autentica e profonda e dal sacrificio generoso di coloro che ci hanno preceduti.”
L’analisi prosegue rievocando la tenacia degli antichi abitanti, capaci di preservare la festa e tramandarla con risorse e tecnologie infinitamente inferiori a quelle attuali. Un passaggio che suona come un chiaro monito alle odierne incomprensioni e ai blocchi burocratici o personali: “È commovente pensare che, con minori mezzi e tanti sacrifici, sono riusciti a tramandare e consegnarci non soltanto la tradizione, ma una testimonianza viva di fede e di comunione.”
Il cuore del problema, palesemente legato ai nodi tecnici, alle tempistiche e alle modalità di intervento strutturale sull’Obelisco, viene affrontato con una esplicita richiesta di rispetto e maturità collettiva, esortando a non distruggere ciò che i secoli hanno preservato: “Come guida spirituale di questa comunità sento perciò il dovere e il bisogno di rivolgermi a ognuno di voi, perché, ritrovando il significato più vero e profondo dell’allestimento del Carro dedicato a Maria Santissima Addolorata, sentiate che oggi, tutti insieme, siamo chiamati a raccogliere con gratitudine il testimone per trasmetterlo alle generazioni future. Per questo, desidero rivolgere a tutti un accorato appello: ritroviamo l’unità, accogliamo con rispetto le valutazioni tecniche relative a criticità, tempi e modi di intervento, ma non permettiamo che dissensi o risentimenti conducano all’estinzione di una tradizione che, al di là del folklore, rappresenta un’autentica espressione della fede del nostro popolo, alimenta la devozione e consegna ai giovani un segno e il senso di appartenenza alla nostra comunità.”
Il rischio più grande paventato dal sacerdote è la perdita irrevocabile del patrimonio storico e della memoria locale a causa di tensioni contingenti e superabili: “Lasciare che tale patrimonio venga meno a causa di disguidi superabili, significherebbe privare la nostra Chiesa di una parte significativa della sua memoria e della sua identità.”
In chiusura della lettera, don Remigio non si sottrae alle proprie responsabilità di mediatore della comunità e dichiara la massima apertura al confronto istituzionale e sociale per sbloccare l’impasse: “Non sono mancati e non mancheranno da parte mia gesti e parole costruttive, disponibilità a discuterne ancora, nella speranza di disegnare una prospettiva e una visione per il futuro.”




















