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Non è solo una questione di occhiali scuri o di quella sobria compostezza che lo accompagna da 343 panchine. Dietro la maschera di Davide Ballardini, che si è confessato in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, c’è il ritratto di un uomo che guarda al calcio con la profondità di un regista del neorealismo e la concretezza di chi sa che, in Irpinia, il pallone pesa più che altrove.

Arrivato in punta di piedi, il tecnico ravennate ha già impresso una sterzata decisa alla stagione dell’Avellino. I numeri sono dalla sua parte: in sole sette giornate ha scalato la classifica dal 14° al 9° posto, raccogliendo 11 punti con una media di 1,57 a partita. Eppure, fedele al suo stile, Ballardini spegne ogni facile entusiasmo: “Non abbiamo fatto nulla. L’obiettivo è la salvezza, distante ancora cinque punti”.

Una prudenza che non è scaramanzia, ma rispetto per una piazza che lo ha sorpreso per attaccamento: “Non pensavo che la squadra fosse così importante per l’intera provincia”, ha ammesso, riconoscendo il valore sociale del club biancoverde.

Sul piano del gioco, Ballardini non si nasconde. Se il punto di riferimento generazionale resta Arrigo Sacchi e l’ispirazione contemporanea porta il nome di Pep Guardiola, la sua critica verso il “nuovo corso” dei tecnici alla Gasperini, Juric o Palladino è netta: un calcio che riconosce ma che non sente suo.

Il suo sguardo però si fa più cupo quando si parla del sistema Italia. La diagnosi sulla mancata qualificazione mondiale è impietosa: un calcio dove le proprietà e gli agenti hanno ormai oscurato il ruolo dell’allenatore. “Meno autorità tecnica significa meno crescita”, sentenzia Ballardini, descrivendo un sistema che si sta lentamente consumando dall’interno.

Lontano dal rettangolo verde, emerge l’uomo colto, appassionato di Fellini, Sordi e Totò. E quegli occhiali da sole, diventati un marchio di fabbrica, trovano finalmente una spiegazione che nulla ha a che fare con il divismo: sono uno scudo necessario per tenere dentro le emozioni, una barriera tra l’uomo e la pressione di un mondo che corre troppo velocemente.

Ad Avellino, Ballardini sembra aver trovato il set perfetto per il suo calcio: fatto di poche parole, molta sostanza e quel pizzico di malinconia tipica di chi sa che il cinema, come la partita, finisce sempre con un fischio finale.