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Un territorio che resiste, custodisce la memoria e nel contempo la innova. Lo speciale di ‘Geo‘, in onda su Rai 3, ha raccontato il territorio sannita in cui agiscono allevatori, vignaioli e artigiani che ogni giorno intrecciano fatica e passione nel segno della tradizione. 
Protagonista del viaggio è la pecora Laticauda, il cui nome – ‘coda larga’ – descrive la caratteristica distintiva di questa razza allevata sulle colline nel Sannio. Si ritiene che la Laticauda sia nata dall’incrocio tra la razza appenninica locale e quella berbera, importata dal Nord Africa nel Settecento. Un patrimonio genetico prezioso che ha rischiato l’estinzione e che oggi viene salvaguardato grazie all’impegno di allevatori come Donato, tra i protagonisti dello speciale televisivo.
Il suo gregge, curato insieme al padre, riceve attenzioni costanti durante tutto l’anno. “Ho scelto di fare questo lavoro perché lo facevano già i miei genitori e i miei nonni. Ci sono nato e cresciuto. Mi sono appassionato ad esso fin da bambino e continuo a farlo con molte soddisfazioni” racconta Donato. Un mestiere antico che si tramanda come un’eredità morale prima ancora che economica. 
Oltre alle pecore, del Sannio non mancano i bovini. Un tempo indispensabili per il lavoro agricolo, oggi sono allevati soprattutto per la qualità delle carni. La razza Marchigiana, anch’essa frutto di incroci, non ha mai rischiato l’estinzione come la Laticauda. Donato e suo padre allevano alcuni esemplari celebri per la carni pregiate; anche le poppate dei vitelli richiedono la vigilanza costante di entrambi, per evitare il rischio di indigestione. Il latte munto è destinato al consumo familiare, e qui il concetto di “famiglia” si allarga anche ai gatti che popolano l’azienda.
Il legame tra Benevento e la terra affonda le radici nell’antichità. Com’è noto, l’antico nome della città, Maleventum, venne modificato dai Romani in Beneventum dopo la vittoria su Pirro nel III secolo a.C. Ma secondo gli storici la denominazione originaria della città era Maloeis o Maloenton, ed in entrambi i casi vi è un chiaro riferimento alle greggi in quanto il dio Apollo Maloeis (Μαλόεις) ne era il protettore. 

A raccontare la vocazione agricola del territorio è anche l’Arco di Traiano, monumento simbolo della città che celebra la Providentia e la cura dell’imperatore verso le zone agricole del Sannio. Tra i prodotti che viaggiavano lungo l’Appia antica c’erano già il vino – Aglianico e Falanghina – e l’olio, eccellenze ancora oggi centrali nell’economia locale. 
Sulle pendici e ai piedi del Monte Taburno sono rigogliosi i vigneti e gli uliveti. Accanto ai filari si è sovente scelto di lasciare alberi da frutto, in un equilibrio che rispetta la biodiversità. Qui l’ambiente è unico: l’altitudine e l’antichissima attività di vulcani come il Vesuvio, ancora attivo, e il Roccamonfina, ormai spento, hanno generato terreni feraci frutto di profonde stratificazioni. Le pendici meridionali del Taburno erano, 40/50 anni fa, le uniche zone in cui veniva prodotta la Falanghina. La vite, introdotta oltre duemila anni fa, intesse ancora oggi una relazione profonda con l’intero ecosistema locale.
Lo speciale ha narrato anche della preservazione della mela Annurca, la cui raccolta inizia solitamente a metà settembre e si conclude un mese dopo, e l’arte della lavorazione dei cesti in vimini. Un sapere antico che si rinnova in una sapiente manualità, talvolta con l’uso di canne di origine tropicale per alleggerire i recipienti più grandi senza comprometterne la resistenza. I teneri fuscelli del salice piangente, inadatti ai cesti, trovano invece impiego nel rivestire i panciuti fiaschi di vetro, proteggendoli dagli urti.
“Chi oggi lavora con la natura e per la natura intorno a Benevento non lesina né tempo né fatica” si afferma nel servizio. Una tenacia che richiama quella degli antichi Sanniti, popolo combattivo che diede filo da torcere a Roma, ma che oggi si traduce in un’energia positiva: l’intensa soddisfazione che solo il contatto con la terra e con gli animali sa offrire. Lo speciale di Geo.