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di Annalisa Papa – Raccontare un luogo significa spesso attraversare la sua memoria. Con “Tocco Vecchio sospeso tra vita e silenzio”, Camilla de Duonni, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Foggia, ci accompagna in un viaggio che nasce come lavoro didattico, ma che ha assunto la forma più matura e consapevole di un libro. Originaria di Tocco Caudio, Camilla porta con sé un legame affettivo e identitario che si va sempre più vivo sfogliando pagina dopo pagina: quello con Tocco Vecchio, il borgo silenzioso e ferito dal terremoto del 1980, rimasto come cristallizzato nel tempo.

Ciò che avrebbe potuto essere un semplice elaborato accademico è diventato un progetto di ricerca e di testimonianza: un modo per riportare alla luce storie, voci e ricordi sospesi, restituendo al paese abbandonato una narrazione viva e intensa. L’intervista che segue non solo approfondisce la genesi del libro, ma svela anche la motivazione più profonda che muove l’autrice: il desiderio di dar forma a una memoria collettiva che rischiava di sbiadire, e di restituire dignità a un luogo che continua a parlare, nonostante il suo silenzio.

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Tocco Vecchio per il tuo elaborato?
“Ho scelto di scrivere su Tocco perché è casa mia. Non è semplicemente un luogo, è il paese in cui sono cresciuta, il luogo delle mie radici e dei miei primi ricordi. Scrivere su Tocco è stato un atto profondamente personale: un modo per restituire voce ed onorare la memoria di un’intera comunità che, dopo il terremoto che ha dovuto affrontare lo sradicamento. Volevo che la sua storia, e la resilienza dei suoi abitanti, non andasse perduta.”

Cosa rappresenta per te Tocco Vecchio?
“Per me rappresenta la fragilità dell’opera umana di fronte alla potenza della natura, ma anche la dignità di chi, di fronte a un crollo, ha raccolto i pezzi e ha ricominciato.”

Qual è stata la tua prima impressione legata a questo luogo?
“La cosa che mi ha colpito, che mi è rimasta incisa, l’assenza totale di rumore. Un silenzio così profondo da essere quasi un suono a sé stante. A Tocco Vecchio manca l’eco, manca la vita che dovrebbe esserci: i bambini che giocano, le donne che chiamano dalle finestre, il vociare degli uomini in piazza. Quell’impressione di vita congelata mi ha fatto capire che dovevo scrivere: dovevo rompere quel silenzio e raccontare cosa c’era prima che il terremoto portasse via tutto.”

Nel libro prevale di più la dimensione storica o quella emotiva?
“La dimensione storica mi è servita da cronaca. Il 23 novembre 1980, il terremoto dell’Irpinia, l’abbandono: questi sono i fatti inoppugnabili che definiscono la cornice del racconto. Non si può comprendere Tocco senza ancorarsi a quella data e a quella devastazione. La storia dà integrità e contesto al libro.
Tuttavia, il motore vero, l’urgenza di scrivere, è completamente emotiva. Essendo il mio paese natio, non potevo affrontare Tocco come un semplice rudere da archiviare. La dimensione emotiva è la lente attraverso cui il lettore deve guardare quei fatti. Essa trasforma una notizia di cronaca (un borgo distrutto) in una tragedia umana e personale. È l’emozione che mi ha permesso di restituire voce al silenzio delle pietre, riportando in vita i ricordi, gli odori e le tradizioni che il sisma ha cercato di cancellare.
Quindi, non è questione di prevalenza. La Storia è il trauma che ha causato la ferita; l’Emozione è il sangue che ne è sgorgato. Se avessi scritto solo di storia, sarebbe stato un saggio freddo; se avessi scritto solo di emozione, sarebbe stato un diario incomprensibile. Il cuore del libro è nella loro unione: l’emozione che onora il dato storico, e la storia che dà concretezza al sentimento”.

Ci sono leggende, tradizioni o aneddoti che hai voluto salvare dall’oblio?
“Le “leggende” e “tradizioni” che ho voluto salvare dall’oblio sono le più significative ed inoltre sono in realtà gli aneddoti sulla vita di paese che ora rischiano di svanire con l’abbandono del borgo:
-I Mestieri Tradizionali: I racconti legati alle attività lavorative svolte nel borgo antico (agricoltura, pastorizia, artigianato locale) e i riti ad esse connessi, come le tecniche di lavorazione del tufo onnipresente.
– La Socialità: Le abitudini e i luoghi di ritrovo quotidiani. Ad esempio, la memoria del bar o delle piazze dove la sera si riunivano decine di persone per giocare a bocce o a carte, momenti di vita che oggi sono solo macerie e silenzio.
– Le Feste Popolari: Ricordi delle feste religiose (come San Cosma e Damiano) e della tradizione culinaria che scandiva l’anno, come l’usanza di preparare piatti tipici in occasioni speciali.”

Pensi che il paese abbia ancora un futuro (come meta turistica culturale o simbolica?) o che resti solo memoria?
“Secondo me il futuro di Tocco Vecchio non risiede nella ricostruzione abitativa, ma nella valorizzazione del suo ruolo di testimone storico e di meta simbolica, il paese è la testimonianza fisica e tangibile del prima e del dopo, le sue rovine permettono di “leggere” in modo unico la stratificazione storica del borgo, dal medioevo fino all’abbandono. Tocco non è destinato a essere solo memoria, se per “solo memoria” si intende un ricordo passivo e statico. Tocco Vecchio ha il potenziale per diventare un simbolo attivo, un monumento all’identità perduta e, allo stesso tempo, un laboratorio di rinascita culturale. La vera sfida è la gestione del rudere: renderlo accessibile e sicuro, conservandone al contempo l’atmosfera spettrale che ne costituisce il fascino unico.”