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Ieri sera al Teatro Augusteo, Nek è entrato in scena senza filtri, portando un concerto essenziale e molto più fisico che ‘celebrativo’. Sul palco in trio – basso imbracciato dallo stesso Nek, Emiliano Fantuzzi alla chitarra e Luciano Galloni alla batteria – il suono è asciutto, senza sovrastrutture. Una scelta che mette a nudo le canzoni e, inevitabilmente, anche chi le canta.
I classici (Fatti avanti amore, Sei grande, Laura non c’è) arrivano, sì, ma senza l’effetto cartolina: sono rilette come frammenti di un discorso più ampio, cucite dentro una narrazione che parla di tempo, responsabilità e identità. Il pubblico canta: è partecipazione vera, continuamente sollecitata.
E infatti la chiave della serata sta proprio lì, nel rapporto. Nek con lo sguardo attraversa la platea. Legge striscioni, osserva, commenta, ascolta. Abbraccia una bimba che sale improvvisamente sul palco, stringe mani.
“Ci vogliono far credere che avere potere significhi tutto… la posta in gioco è un’altra: la nostra vita, come la viviamo e chi decidiamo di essere. Però ci lamentiamo, abbiamo sempre la verità in tasca… parliamo di libertà e uguaglianza, ma non facciamo nulla per rispettarle. Dovremmo metterci nei panni degli altri… le parole sbagliate fanno male. Servirebbero rivoluzioni di pensiero, ma se ce n’è una sola possibile è questa: amare l’altro così com’è e non come vorremmo che fosse” dice nel bel mezzo del live.
E sul finale cambia ancora le carte. Nek fa alzare il pubblico e prepara il terreno a un ingresso che sposta l’asse della serata: quello di Clementino. È letteralmente un’irruzione la sua. I due attaccano ‘Lascia che io sia’, e poi ‘Cos cos cos’. Nek accetta il gioco, si misura con il napoletano e il pubblico apprezza. “Grazie Napoli, è stato bello. Sei nel mio cuore”.