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È un impegno quotidiano, coraggioso e senza sconti quello di Don Ciro Cozzolino, parroco in prima linea per anni a Torre Annunziata e adesso a Portici alla parrocchia Maria SS. Addolorata, nonché storico referente di Libera. La sua testimonianza di legalità continua a fare i conti con intimidazioni, minacce e una certa subcultura che attecchisce anche tra coloro che si credono persone perbene. La sua è una voce libera, quella di chi sceglie da che parte stare, incarnando una Chiesa autentica che non si trincera dietro le quattro mura ma scende in strada, vive tra la gente e declina il Vangelo nella legalità e nella ricerca intransigente della verità e della giustizia sociale.

È in questo solco di resistenza civile e pastorale che si inserisce la missione di Ciro Cozzolino, che lo ha visto qualche settimana fa coinvolto in un pesante attacco social da parte di Carmela Gionta, sorella del boss ergastolano Valentino Gionta, a capo dell’omonimo clan di Torre Annunziata. La donna, in risposta a un post pubblicato da Ciro Cozzolino nel quarantennale dell’omicidio di Giancarlo Siani per ricordare il cronista del Mattino barbaramente trucidato dai killer della camorra il 23 settembre 1985 per le sue inchieste scomode, ha tentato di sminuire la figura del giornalista storpiandone volutamente il cognome con un messaggio sgrammaticato e intimidatorio (“Dite sempre le stesse cose, ci avete rotto il c… voi e Giancarlo Siano, queste bocche non ve le cucite mai”), ricevendo però la ferma e perentoria replica del parroco che ha risposto “Mai!”, aggiungendo che “il cognome di Giancarlo è Siani”.

Una presa di posizione netta che, come racconta lo stesso Ciro Cozzolino ad Anteprima24, ha scatenato un’onda di solidarietà capace di rompere il muro del silenzio e di liberare la voce di tanti cittadini. Nel riflettere sul clima che si respira nei territori e sul reale impatto delle iniziative antimafia, Ciro Cozzolino denuncia con forza la pericolosità delle zone grigie e della retorica di facciata: “C’è una fascia grigia che è molto ampia, apparentemente sensibile e aggiornata sui vari temi, ovviamente pronta a passare da una parte e dall’altra; io non lo so fino a che punto certe iniziative sulla legalità rientrino in una specie di copione già scritto, di una sorta di testo teatrale, dove ognuno recita la propria parte, insomma, la parola legalità si è svuotata del suo significato, resta in molti casi una retorica che alla fine serve per tranquillizzare e rendere le coscienze sollevate, un’illusione di aver fatto il proprio dovere”. Si ferma Ciro Cozzolino e sibillino aggiunge: “Non escluderei che un clan ben strutturato e organizzato possa addirittura farsi promotore di iniziative di legalità, perché in effetti un certo tipo retorico di attività non produce effetti dirompenti per la camorra, anzi crea consenso sui territori”.

“Del resto, l’azione di un clan non si sconfigge soltanto con i blitz delle forze dell’ordine e gli arresti”, sottolinea il parroco: “Sicuramente l’azione repressiva rappresenta un momento sempre indispensabile, un intervento chirurgico iniziale, ma riempire quel vuoto richiede una lunghissima e faticosa convalescenza civica per risanare quel tessuto profondo fatto di opportunismo, zona grigia e sottomissione culturale”.

Cita un esempio lampante richiamando alla memoria le scene surreali in occasione dell’arresto del boss latitante Cosimo Di Lauro a Secondigliano: “Non appena si diffuse la notizia che i carabinieri avevano bloccato Di Lauro, la folla inferocita tentò di far scappare il boss scagliandosi contro i militari dell’Arma”, ricorda Ciro Cozzolino, “scene assurde, ma che avevano una motivazione per così dire, e cioè che veniva a mancare ciò che era collettivamente ed erroneamente percepito come un punto di riferimento assistenziale sul territorio in un contesto di totale vuoto politico e di assenza dello Stato”. E riflette su un tornante della storia moderna e della realtà dei nostri giorni: “Viviamo un fallimento collettivo alimentato da uno sfrenato individualismo imperante”, chiarisce il sacerdote, “c’è il rifugio nel privato e il progressivo smarrimento del senso del bene comune, e ciò si avverte maggiormente e fortemente nelle periferie”. E poi parla della sua nuova esperienza di parroco in una chiesa di un quartiere periferico di Portici: “La periferia è trattata alla stregua di una realtà inesistente e problematica, lontana dai riflettori e dai circuiti ufficiali”, evidenzia, “pare che esistano solo alcune zone bene, mentre la periferia non viene considerata e la gente fa finta di non vedere”.

E racconta un episodio: “In occasione dell’organizzazione della Marcia della pace avevo proposto che, oltre alle zone centrali e alla piazza principale di San Ciro, la manifestazione dovesse coinvolgere anche e soprattutto le zone più periferiche, non c’è stata risposta”. E conclude Don Ciro Cozzolino: “Per fare un passo in avanti nell’emancipazione delle coscienze della gente e nella liberazione dei territori occorre una costruzione faticosa ma quotidiana di comunità coese, di un dialogo autentico e di una presenza viva e coraggiosa sui territori capace di restituire speranza e dignità a chi vive ai margini, rompendo quel patto di alleanza tacita della camorra e dell’illegalità che lacera il tessuto civile”.