“Noi facciamo accoglienza culturale e presidio del territorio. C’è una differenza abissale tra chi produce aggregazione artistica e chi svende alcol a basso costo ai minorenni e mette casse audio ad alto volume a qualsiasi ora in mezzo alla strada, alimentando il degrado. Ma le istituzioni continuano a non voler vedere”.
La denuncia chiara, netta e che non ammette fraintendimenti è di Fabrizio Caliendo che, nel lontano 1997, a soli 22 anni, decideva di aprire il Kestè a Pozzuoli, in una città ancora segnata dal bradisismo. Nel 2002 decideva poi di aprire il Kestè in uno degli angoli più complessi e dimenticati del centro storico partenopeo. All’epoca Largo San Giovanni Maggiore si presentava come un parcheggio della criminalità, ma negli anni il locale e la sua comunità hanno guidato un profondo processo di trasformazione e riscatto urbano, liberando la piazza dalle auto, pedonalizzandola e piantandovi alberi fino a farla diventare l’unica area verde della zona.
Un vero e proprio presidio di legalità, in cui lo stesso Caliendo ha denunciato nuovamente in prima persona i propri estorsori (già nel 1998, a Pozzuoli, aveva fatto arrestare i suoi estorsori). Ha affrontato minacce, ritorsioni e danni di ogni tipo. In quella battaglia solitaria di legalità lo ha affiancato e sostenuto Amato Lamberti, pioniere nello studio delle camorre, assessore nella Giunta del “Rinascimento napoletano” guidata da Antonio Bassolino e per due mandati presidente della Provincia di Napoli.
Fabrizio Caliendo è sempre stato ossessionato da un’idea semplice e allo stesso tempo complessa: promuovere la cultura e la rivalutazione del territorio attraverso la musica, il teatro e iniziative come “Un Palco per Pino” (poi divenuto “Palco Pino Daniele”), un progetto patrocinato dal Comune che però stenta a vedere la luce, in attesa di approvazione da parte del Consiglio comunale. Nonostante questa storia di presidio territoriale e di impegno concreto, la Questura di Napoli ha notificato un provvedimento di chiusura temporanea di 15 giorni per il Kestè invocando l’articolo 100 del TULPS, ritenendo il locale un ritrovo di persone pregiudicate, pericolose e violente, e in ogni caso una minaccia per l’ordine pubblico.
Tra le motivazioni contestate figurano una rissa con accoltellamento avvenuta in via De Marinis — vicenda a cui il locale è totalmente estraneo —, un’accusa di istigazione a delinquere per la pubblicazione di un post social relativo alla rissa avvenuta in via De Marinis e persino una vecchia contestazione del 2022 già completamente archiviata dalla stessa Procura di Napoli. Una “mischia francescana” di addebiti che ha indotto gli uffici di via Medina a notificare l’ordine di sospensione delle attività del locale di Largo San Giovanni Maggiore.
Ritenendo ingiusta la chiusura, Fabrizio Caliendo e la sua difesa hanno presentato un ricorso d’urgenza al TAR, i cui giudici lo hanno accolto sospendendo il provvedimento e concedendo il via libera per la riapertura immediata. La saracinesca del Kestè è così tornata a rialzarsi. Un esito legale favorevole che però è costato caro in termini economici e continuerà a costare caro, viste le ulteriori azioni legali che Caliendo dovrà portare avanti per dimostrare la propria innocenza e tutelare i propri diritti. Una situazione che ha spinto i vertici del locale a lanciare una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Buona Causa.
A distanza di anni, quella che nasceva come una scommessa culturale si trova al centro di un intricato caso amministrativo e giudiziario. “Sembra che venticinque anni di rigenerazione e lotta alla criminalità siano trascorsi inutilmente – sottolinea ad Anteprima24 –. I club culturali non sono semplici attività commerciali, ma spazi di sana aggregazione, cultura e innovazione, che contribuiscono a difendere la libertà d’espressione e a restituire dignità al centro storico. Sono un’opportunità per i giovani e per la città e non vanno confusi con chi, in realtà, genera soltanto degrado”.
Quello di Caliendo è un esempio di resistenza e resilienza: un “ultimo samurai” che continua a procedere in direzione ostinata e contraria. “Da ventotto anni, con l’associazione Arteteca, sosteniamo una distinzione netta: da una parte ci sono i club culturali, luoghi di aggregazione e sperimentazione artistica – evidenzia Caliendo – dall’altra le attività che vendono alcol a basso costo anche ai minorenni, provocano schiamazzi in strada e disturbano la quiete pubblica, generando degrado. Purtroppo le istituzioni continuano a non comprendere questo discrimine, preferendo la “paccottiglia” standardizzata alla cultura vera, che richiede approfondimento, ricerca e un grande lavoro organizzativo per ottenere risultati importanti, come quelli che il Kestè ha prodotto in tutti gli anni della sua esistenza. E di questo ne abbiamo prova”.
Sullo sfondo resta un’improvvisata industria dello svago e del tempo libero che, da quando Napoli è invasa dai turisti, fa affari d’oro. “Il centro storico oggi fattura il quadruplo o il quintuplo rispetto al passato, ma questa ricchezza si disperde in circuiti opachi – evidenzia –. È un settore che andrebbe scandagliato e messo sotto la lente d’ingrandimento. Ciò nei fatti non avviene: proliferano attività speculative con la vendita indiscriminata di alcol ai minori che alterano la vivibilità della città, mentre i controlli e la pressione sanzionatoria si concentrano sui presidi culturali storici”.
Ma il “papà” del Kestè non si dà per vinto e rilancia: “Riapriamo con grande determinazione. Proporremo dibattiti sulla libertà di espressione insieme a giornalisti e intellettuali, proprio per dimostrare e raccontare ciò che siamo. Vogliamo rilanciare progetti simbolici come il “Palco Pino Daniele”, per dimostrare che la cultura è lo strumento principale per ricucire il tessuto sociale di questa città”.
E poi lancia l’appello: “Questa è una storia che non riguarda solo me, ma riguarda tutti, perché, secondo quanto ci viene contestato, i pregiudicati e le persone violente sarebbero tutti coloro che frequentano il locale, artisti, musicisti e intellettuali inclusi – conclude Caliendo – La campagna di crowdfunding ha già raccolto 500 euro nella sua prima giornata di esistenza. Chiedo alla società civile e a tutti quelli che ci conoscono di sostenerci per poter continuare ad esistere”.


















