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Difficile rinchiudere in una definizione Vincenzo Maria Siniscalchi. Giurista, avvocato, intellettuale, politico, critico cinematografico. Nella molteplicità degli interessi si dipana l’omaggio di Domenico Ciruzzi, condensato nell’opera “Vincenzo Siniscalchi. Da Maradona a Fellini, storia di un penalista e intellettuale che ha fatto scuola” (Armando De Nigris Editore). Ma il libro non si limita a rievocare la vita intensa del celebre legale, scomparso nel 2024 a Napoli a 93 anni.

Certo, di Siniscalchi bisogna ricordare l’ingegno e le passioni multiformi (dal diritto al cinema, dalla politica al teatro). I biografi più frettolosi ne esalteranno la difesa di tanti vip. Non solo Diego Armando Maradona, ma anche Tinto Brass, Ciriaco De Mita e Franco Califano. Ma come sottolinea Ciruzzi, tra gli assistiti ebbe anche esponenti del movimento disoccupati e di gruppi antagonisti. Ciruzzi, allievo di Siniscalchi, ha però l’ambizione di fare di più. Di realizzare non solo un testo, ma anche un pre-testo. Di non fermarsi cioè all’omaggio devoto al Maestro, come lo definisce lui. Ma di compiere un percorso, assieme all’archetipo Siniscalchi, per esprimere il disagio dell’avvocato di oggi. Un sentimento espresso attraverso una riflessione, a tratti nostalgica, per il mondo del diritto. Una categoria dello spirito, forse, sul punto di abdicare funzione di orientamento culturale, di interprete della coscienza sociale. La crisi di identità del giurista è anche la deriva di una giustizia sempre più lontana dai fenomeni umani. Vite che è chiamata a giudicare, o a difendere in un’aula di tribunale. Siniscalchi piuttosto manifestava passione e curiosità per l’umanità, in tante sue sfaccettature. Un interesse, per definizione, indifferente al trovarsi fuori o dentro un tribunale. Viceversa, la scissione tra cultura e diritto ha effetti inquietanti. Oggi la giustizia si affida a schemi burocratici, automatismi sclerotizzati, algide formule. Un giurista, sia egli magistrato o avvocato, dovrebbe invece specchiarsi nel ruolo intellettuale che la storia gli ha sempre assegnato.

Ciruzzi rimarca il vuoto lasciato dalle scienze sociali, un tempo bagaglio di ogni esegeta del diritto. Ad esse si ricorreva per maturare gli strumenti di comprensione dei mutamenti sociali, la sensibilità nel riconoscerli. Ferri del mestiere, insomma, indispensabili ad una giustizia giusta, umana ed equilibrata. Il divorzio tra diritto e cultura conduce invece ad un modello giudiziario-aziendale, all’inseguimento di miti lontani dalla millenaria tradizione classica. Il tragitto vira sulle sponde di una concezione economicistica, rendendo la giustizia schiava di dogmi come la produttività. Velocizzare i processi non significa privare gli attori in campo della capacità di pensare, trasformando le parti processuali in grigi passacarte. Soggetti attenti alle proprie performance statistiche, ma alieni da quanto fluttua all’esterno delle aule d’udienza. Per cambiare rotta, allora, l’autore suggerisce di guardare ad una bussola come Siniscalchi. Non un uomo del passato, ma tutto sommato della modernità.