Il Consiglio comunale di Napoli approva la riforma dello Statuto, con un voto a larga maggioranza e l’astensione del gruppo di minoranza Insieme per Napoli Lega Napoli. Il nuovo ordinamento promette “partecipazione”, un mantra atteso alla prova dei fatti. Intanto moltiplica poltrone e organismi, da verificare se con (e con quali) oneri per la finanza pubblica. Tanto per dire: si istituisce l’Ufficio di presidenza del Consiglio comunale, costituito da presidente e due vice. Si lancia una nuova Commissione consiliare dedicata ai temi della città metropolitana, della riforma della pubblica amministrazione e dell’innovazione tecnologica.
Il maquillage statutario “nasce dall’esigenza – spiega una nota – di superare un impianto risalente al 1991 e di adeguare l’organizzazione del Comune a un modello più efficiente, digitale e orientato ai bisogni di cittadini e imprese”. Il nuovo Statuto è stato riorganizzato in 102 articoli e articolato in 9 Titoli. “Interviene in modo organico sui principi, sugli strumenti di partecipazione e sull’assetto amministrativo” afferma l’amministrazione. Impegnativa la declinazione degli obiettivi: “Rafforzare la trasparenza, semplificare le procedure e rendere più efficace la capacità dell’Ente di programmare e attuare politiche pubbliche in un contesto urbano complesso come quello napoletano”. E complesso ci pare dir poco. “Un asse centrale della riforma è rappresentato dalla partecipazione” annuncia il Comune. E qui scendiamo su un terreno minato: tra il dire e il fare, spesso c’è di mezzo il mare, recita il proverbio. “Vengono estesi i diritti anche a non residenti, studenti e – si assicura – cittadini stranieri regolarmente presenti sul territorio”. E inoltre, “sono rafforzati gli strumenti di consultazione, introdotte consulte e osservatori tematici e valorizzato il bilancio partecipativo, con un maggiore coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte su servizi e risorse”.
Si assiste, insomma, a una proliferazione di istituti, figure e tavoli. Si strizza l’occhio alla partecipazione dei cittadini, sinora tra le massime chimere della politica. Si istituzionalizza la figura, già presente in passato, del consigliere extracomunitario o cosiddetto aggiunto. Eletto da una platea di elettori stranieri, avrà diritto di parola in aula, ma non di voto. E di aggiunto, avrà di certo che, rispetto a prima, potrà candidarsi anche nei consigli di Municipalità. Nei parlamentini, tra l’altro, si introduce il sistema elettorale a doppio turno. Tra i principi inseriti nello Statuto, c’è l’acqua come “bene comune pubblico”. Altro argomento controverso, considerando le recenti proteste su un’altra riforma statutaria, quella della partecipata Abc Napoli. In compenso, la bozza dell’articolo 78 sforna il “Partenariato pubblico-privato”. Una previsione la cui portata è tutta da valutare sul campo. “Il Comune – si legge al comma 1- valorizza forme di partenariato pubblico-privato per la gestione e l’erogazione di servizi quali, a titolo esemplificativo, i servizi di carattere culturale, scientifico, educativo, ambientale, sportivo e del tempo libero, nonché a altri servizi sociali”. A discplinare le attività saranno le singole convenzioni. Il comma 3 si preoccupa di specificare che, per l’amministrazione, i costi del partenariato “non possono superare quelli che verrebbero sostenuti in caso di gestione pubblica diretta”. E ci mancherebbe pure non fosse così. Ma intanto, anche questo capitolo si mostra scivoloso. Buona ultima, lo ricorda la polemica sui privati nella gestione del verde comunale.



















