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Un ‘libro bianco’ per informare i cittadini napoletani, perché sulla questione “non c’è sufficiente dibattito e conoscenza”. Lo realizza la rete “Riprendiamoci la città – Napoli non si vende”, e si parla della costituenda società partecipata Napoli Patrimonio. Ovvero il soggetto chiamato a “gestire e “mettere a reddito” parte rilevante del patrimonio immobiliare del Comune”. Presentato il 19 dicembre, contiene alcune osservazioni in sede di consultazione pubblica (obbligatoria) e una serie di informazioni sul tema. Ma anche il documento inviato dalla rete alla presidente del Consiglio comunale, Enza Amato, e ai capigruppo consiliari. “Siamo giunti ad uno snodo molto importante delle misure attuative del “Patto per Napoli” – spiega il testo – ossia l’accordo siglato tra l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi e il Sindaco Manfredi nel marzo 2022″. Nell’intesa è prevista, tra l’altro, la ‘razionalizzazione’ delle partecipate. Ambito “di cui il piatto forte – afferma il ‘libro bianco – è proprio rappresentato dalla ristrutturazione di Napoli Servizi togliendo alla stessa varie funzioni in materia di gestione del patrimonio immobiliare per passarle alla nuova Spa Napoli Patrimonio”. Una scelta giudicata dalle “gravi conseguenze sociali”.

Secondo il libro bianco, l’affidamento a Napoli Patrimonio “non rafforza ma indebolisce la catena democratica di responsabilità”. Nel prossimo assetto, “il Comune assume il ruolo di azionista, non più di garante dei beni comuni”. Il Consiglio comunale invece “viene marginalizzato“, e questa non sembra più una novità. “I cittadini – sottolinea la Rete – vedono ridotto lo spazio di interlocuzione politica”. In poche parole, “il rischio è che la gestione del patrimonio pubblico, invece di costituire terreno di esercizio di democrazia sostanziale, si trasformi in procedura aziendale”. Gli effetti di lungo periodo sarebbero “di estraniamento della comunità dalla titolarità effettiva dei propri beni, sull’onda lunga dell’adempimento degli obblighi comunali derivanti dal patto per Napoli”.

RETE RIPRENDIAMOCI LA CITTÀ – NAPOLI NON SI VENDE

A costituire la Rete sono: Si Cobas, Usb, Cobas, Sgb, Radici del Sindacato Cgil Napoli, Rete Sociale No Box-Diritto alla città, Federazioni Provinciali Prc, Pci, Carc, Potere al Popolo Napoli, Collettivo Politico-culturale GalleriArt, Civico 7 Liberato, Associazione Donne Architetto (Ada), Associazione Nazionale Architetti in rete (Air), Attac Napoli prof. Ugo Rossi, prof. Alberto Lucarelli.

I RILIEVI DEI COSTITUZIONALISTI

Tra le osservazioni sul progetto, troviamo l’analisi di Alberto Lucarelli, ordinario di Diritto Costituzionale della Federico II, e di Andrea Chiappetta, ricercatore dell’ateneo federiciano. Sono svariati i loro rilievi. “Si ritiene – scrivono i costituzionalisti – che lo schema di deliberazione e gli atti allegati presentino gravi criticità di ordine costituzionale, politico e contabile, tali da rendere opportuna una revisione complessiva del progetto. In mancanza di correzioni sostanziali, la costituzione di Napoli Patrimonio S.p.A. rischia di tradursi in un processo di mercantilizzazione e progressiva privatizzazione del patrimonio pubblico cittadino, con effetti irreversibili per la collettività“. I “profili di illegittimità più rilevanti” partono dalla presunta violazione del Tusp (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, ndr): “La costituzione di una nuova società con funzioni sovrapponibili a Napoli Servizi integra un possibile contrasto” detta normativa, “che vieta la partecipazione in società con attività analoghe o similari”. Si sottolinea poi la “eccessiva ampiezza dell’oggetto sociale: lo statuto attribuisce alla NewCo compiti eterogenei e non circoscritti, in contrasto con l’art. 4 Tusp che richiede oggetti sociali specifici e strumentali”. Ciò renderebbe “di fatto impossibile l’esercizio di un controllo analogo effettivo”. Vale a dire, l’esercizio di poteri ispettivi da parte del Comune, comportanti una diretta attività di vigilanza e controllo sulla partecipata.

Altro nodo la “durata societaria irragionevole – sostengono Lucarelli e Chiappetta -: la previsione di durata fino al 2060 determina una compressione del potere di riesame periodico richiesto dall’art. 20 Tusp e limita la capacità delle future amministrazioni di ridefinire la gestione del patrimonio”. Ulteriore fronte: “Confusione tra beni disponibili e indisponibili: la documentazione allegata non distingue in modo chiaro le diverse categorie di beni, con rischio di illegittime alienazioni o utilizzi in contrasto con gli artt. 822 ss. c.c”. I due costituzionalisti vedono poi un “rischio di alienazione sistematica: l’impostazione del Piano industriale incentiva la dismissione patrimoniale come fonte di liquidità, riducendo in modo irreversibile la base patrimoniale comunale, in contrasto con i principi di sana gestione finanziaria (art. 97 Cost.)”.

Altro capitolo, “possibili aiuti di Stato vietati: il conferimento di beni immobili alla New Co. senza adeguata valutazione economica può configurare un aiuto incompatibile ex artt. 107-108 Tfue (trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ndr), esponendo l’ente a contestazioni da parte della Commissione europea e a rilievi della Corte dei conti”. Lucarelli e Chiappetta evidenziano anche l’aspetto di “vincoli finanziari e Patto per Napoli: la società rischia di diventare mero strumento per reperire risorse a copertura del debito, generando operazioni estrattive a danno della sostenibilità intergenerazionale e della sovranità patrimoniale del Comune”. Inoltre, scorgono una “proiezione verso la privatizzazione indiretta: l’apertura futura del capitale sociale a privati trasformerebbe la NewCo in un veicolo di privatizzazione, con effetti di impoverimento patrimoniale e perdita di controllo democratico”. Sintomatica la vicenda degli alloggi popolari del Comune. “Una parte significativa del patrimonio immobiliare comunale – spiegano i due studiosi – ricade nell’ambito dell’Edilizia Residenziale Pubblica (Erp) e in forme di abitare sociale che hanno una funzione decisiva per la garanzia del diritto alla casa, soprattutto nelle aree urbane caratterizzate da forti tensioni abitative come Napoli”. L’Erp, comunque, “non è un semplice segmento del patrimonio immobiliare: è strumento di attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza sostanziale (art. 3, co. 2 Cost.) e di tutela del risparmio e dell’accesso alla proprietà dell’abitazione (art. 47 Cost.”). Lapidaria la conclusione: “Affidare la gestione di tali beni a una società per azioni, anche se in house, significa introdurre un criterio di redditività estraneo alla logica dell’Erp”. Difatti, “una S.p.A. è per sua natura orientata al bilancio e ai risultati economici: canoni, alienazioni e valorizzazioni diventano parametri di successo. Ciò rischia di comprimere la finalità sociale e di condurre a pratiche che privilegiano la massimizzazione delle entrate (ad esempio aumento dei canoni, alienazioni a terzi, trasformazioni d’uso), a scapito della funzione di garanzia del diritto all’abitare”.

LE OSSERVAZIONI DI LEGAMBIENTE

Corposi anche i dubbi i Legambiente Campania, la quale “non ritiene le informazioni date per la Consultazione Pubblica sufficienti a motivare la costituzione della Napoli Patrimonio SpA”. Consultazione “pur obbligatoria, svolta nel periodo agostano” si rimarca. “Manca – accusa l’associazione ambientalista – una relazione politica che inquadri tale scelta nell’ambito della problematica complessiva del diritto all’abitare e alla città, in una città in cui il disagio abitativo e la qualità dell’abitare versa in condizioni critiche da tempo e in cui sono in atto previsioni di trasformazione urbana”. La scelta della costituzione di una nuova società “si interfaccia, in particolare fornendo elementi di giustificazione – dice Legambiente -, con le inadempienze della Napoli Servizi SpA e dello stesso Comune oltre che della Napoli Holding SpA“. Tra le molte osservazioni, spicca il giudizio sul Piano Industriale, “suscettibile di incongruenze a seguito del reale quadro conoscitivo, ma soprattutto rende la Consultazione Pubblica non basata su dati certi”. Il rischio sarebbe “di vedere modificato il Piano Industriale senza che siano state forniti possibili scenari alternativi”. Anche Legambiente critica la durata prevista per la NEwCo, “prevista addirittura al 2060”, ma non “giustificata da dati analitici che motivino compiutamente l’esigenza di superare di gran lunga i 5 anni previsti per l’andata a regime, dopo la quale se le previsioni sono realmente corrette il sistema dovrebbe quasi funzionare inerzialmente”.

L’associazione intravede anche la previsione di “un massiccio ricorso all’outsourcing, soprattutto nei primi anni (oltre 27.000 ore esternalizzate nel primo anno) con il rischio che la NewCo si trasformi in un centro di coordinamento di appalti, anziché in un gestore diretto del patrimonio”. Altri timori: “Si compromette la continuità occupazionale per il personale attualmente impiegato”, e “si indebolisce il presidio pubblico diretto su funzioni strategiche“. Per tutte queste motivazioni, la richiesta di Legambiente Campania al Comune è di rinviare la costituzione di Napoli Patrimonio. Viceversa, bisognerebbe “procedere alla individuazione della struttura utile alla migliore gestione del patrimonio immobiliare pubblico dopo il completamento del censimento e della bonifica dei dati affidati a un’unità tecnica intersettoriale per la ricognizione del patrimonio”. Nel contempo, definire “un piano operativo chiaro con obiettivi, tempistiche e risorse per la fase di analisi, con il coinvolgimento del Comune, Napoli Servizi e anche di soggetti esterni, con esclusione delle attività che per la delicatezza del tema devono rimanere nelle strette prerogative e tutele dell’amministrazione locale”.