Tempo di lettura: 3 minuti
Questa mattina i carabinieri del Norm di Lugo, nel Ravennate, in collaborazione con i colleghi della Stazione di Vibonati, nel Salernitano, hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip Federica Lipovscek del Tribunale di Ravenna a carico di altrettante persone, due uomini e una donna, ritenute responsabili dell’incendio del calzaturificio ‘Emanuela’ di Bagnacavallo, sempre nel Ravennate, appiccato nella notte tra 7 e 8 dicembre scorso. Si tratta di una 41enne di origine marocchina residente a Fusignano in provincia di Ravenna e ora ai domiciliari in gravidanza; di un 54enne nato a San Marzano sul Sarno in provincia di Salerno e residente a Napoli, in carcere) e di un 42enne nato a Manfredonia, nel Foggiano e residente a Cartoceto, nel Pesarese.
L’incendio, di vaste proporzioni, aveva interessato, in particolare, il capannone aziendale adibito allo stoccaggio di materie prime. Le fiamme avevano causato la distruzione totale dei materiali oltre a ingenti danni strutturali all’edificio per un danno patrimoniale complessivo stimato in circa 500 mila euro, comportando anche l’interruzione dell’attività produttiva.
I successivi rilievi tecnici e i sopralluoghi dei carabinieri e dei vigili del Fuoco – coordinati dal Pm Angela Scorza – hanno permesso di riscontrare la presenza di un liquido accelerante, confermando la natura dolosa del rogo. Le indagini hanno consentito di raccogliere gravi indizi a carico dei tre sospettati. Il movente secondo l’accusa è da ricondurre a un forte risentimento e a intenti di vendetta nutriti dalla donna nei confronti della titolare dell’azienda: la prima era stata la compagna del fratello, ora defunto, della seconda. E l’uomo, alla sua morte, aveva lasciato l’appartamento ai suoi familiari (padre e sorella) con un testamento inutilmente impugnato. Gli ulteriori attriti sarebbero scaturiti dalla una procedura di sfratto in corso la cui udienza si sarebbe dovuta tenere a breve.
 
I tre indagati hanno avuto ruoli ben delineati dalla Procura: la donna è stata inquadrata come promotrice e ideatrice del piano criminoso organizzato con finalità intimidatorie. Il suo attuale compagno si sarebbe reso complice fornendo supporto logistico e occupandosi di individuare e assoldare il terzo accusato accompagnandolo a bordo della propria vettura nei pressi del calzaturificio la notte del delitto. L’ultimo indagato avrebbe agito in veste di esecutore materiale appiccando il fuoco dietro la promessa di danaro da parte della coppia. Il risultato investigativo è stato raggiunto attraverso l’incrocio minuzioso dei dati raccolti tramite l’analisi dei filmati dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati della zona, la verifica dei transiti ai varchi di lettura targhe e il supporto di operazioni tecniche. Proprio queste ultime hanno rivelato un quadro ancora più allarmante: secondo gli inquirenti il gruppetto stava pianificando ulteriori e più gravi atti intimidatori e violenti contro la titolare dell’azienda. Tali azioni future prevedevano potenziali rapine o sequestri di persona, sventati grazie al costante monitoraggio dell’Arma.