Non solo i grandi, la decisione di giocare le partite senza tifosi ospiti sta indignando un movimento intero, quello degli ultras, che non vuole rimanere in silenzio tanto che è partita una petizione che sta girando in tutte le curve d’Italia. Insomma un calcio meritocratico e con tifosi liberi di muoversi senza restrizioni.
Quando la scelta di chiudere lo stadio, poi, colpisce anche i dilettanti e allora c’è qualcosa che non va. Il calcio dei paesi, quello che porta lo spettatore comune ad andare allo stadio di domenica quasi come se fosse un rito senza avere appartenenza a gruppi organizzati.
Cancelli chiusi, gente costretta a non poter assistere alla gara dell’anno, quella che, presumibilmente decide le sorti del torneo di Prima categoria. Il pareggio del Vitulano col San Marco ha regalato al San Giorgio la possibilità di prendersi la vetta nel prossimo scontro diretto. Vincere e poi sfruttare il turno di riposo dei neroverdi significa prendersi la Promozione.
Gara che già non si giocava a San Giorgio del Sannio, ma a Calvi, poi spostata ad Apice per permettere alla tifoseria avversaria di poterci essere ma alla fine è arrivata la decisione che scontenta tutti: big match domenica 22 marzo a porte chiuse. Non entra nessuno per questioni di ordine pubblico. Che non ci sia una simpatia tra le tifoserie è dato risaputo, battibecchi ce ne sono stati nelle precedenti occasioni, anche via social ma se proprio si voleva trovare la ‘questione di ordine pubblico’ (che non è esclusa dato il rapporto tra le parti) bastava vietare agli ospiti di esserci, lasciando il pubblico di casa. E invece si è deciso di togliere ogni questione di mezzo. Via tutti.
Indignazione da parte del San Giorgio che ha espresso la sua posizione in merito: “Si tratta di una scelta che riteniamo incomprensibile e profondamente penalizzante per lo spirito stesso del calcio, soprattutto a questi livelli. Chiudere le porte in un’occasione del genere rappresenta una vera e propria sconfitta per il calcio. Un calcio che, nelle realtà come la nostra, è e deve restare patrimonio del popolo, momento di aggregazione, passione e appartenenza”.
Sta tutta lì la questione: porre i sigilli al cosiddetto calcio della gente, quelle persone comuni che riempiono gli stadi da spettatori o da giocatori quando staccano da lavoro e vanno a giocare o salutano le famiglie perchè hanno la partita.
Una sconfitta per il calcio e per le istituzioni in questo caso, anche se le due società coinvolte stanno cercando di trovare una soluzione che possa riaprire lo stadio di Apice e riconsegnare questa sfida alla gente. Resta un problema non secondario che complica i piani: la sfida si gioca il 22 che è domenica, lo stesso giorno in cui si aprono i seggi per il referendum e le Forze dell’Ordine, in grande quantità, saranno chiamate a presidiare i luoghi del voto.
Insomma non è facile risolvere il problema ma allo stesso tempo resta l’amarezza: la mano che chiude la porta in faccia allo spettatore del calcio dilettantistico significa togliere quella ritualità ai piccoli paesi che hanno già poco e ai quali viene tolto anche lo sport.




















