“Da quando sono a Napoli, sono stati troppi i funerali di giovani, di ragazzi, di fratelli uccisi da proiettili assassini, da pistole che non avrebbero dovuto sparare, che richiamano scenari di una guerra che non ti aspetti in una terra così bella, in una città come la nostra”. Lo chiarisce subito l’arcivescovo Mimmo Battaglia, nella sua omelia per i funerali di Fabio Ascione, il 20enne ammazzato sotto casa a Ponticelli per errore. È l’incipit di un discorso duro, senza sconti. Viene pronunciato nella chiesa dei Ss Pietro e Paolo, gremita per l’ultimo saluto all’ennesima vittima giovane e innocente. “Troppi occhi chiusi per sempre – ricorda il cardinale Battaglia -. Troppe vite spezzate. Ogni volta una storia interrotta. Ogni volta un sogno infranto. Ogni volta una famiglia distrutta. E oggi quel volto ha un nome: Fabio. Un figlio di questa terra. Un giovane. Un figlio. E quando muore un giovane, quando muore in questo modo così assurdo non muore solo lui. Muore un pezzo di futuro. Muore una possibilità. Muore qualcosa dentro tutti noi”.
Senza giri di parole, il presule si rivolge idealmente alla città. “Napoli deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio – sostiene -. Perché non possiamo più raccontarci che sono fatalità, che sono coincidenze, che sono storie lontane da noi. Che questa non è tutta la città, perché poi magari ci sono le vetrine, le vie del centro, gli alberghi pieni. Non è così. Napoli è anche questo”. Il richiamo di Battaglia è alla responsabilità collettiva. Fino a lanciare un’accusa, ricorrendo alla mitologia. Napoli è come “Saturno che mangia i suoi figli. È una madre che non protegge. È una comunità che spezza vite e storie”. Nell’omelia non manca una sottolineatura sulle ineguaglianze sociali, sempre fonte di squilibri drammatici. “Dobbiamo dirlo con forza – scandisce l’arcivescovo -: noi non siamo ancora una sola città. Siamo troppe città insieme. Ci sono figli che nascono con opportunità e figli che devono lottare per avere il minimo. Ci sono ragazzi che possono scegliere e altri che vengono spinti, quasi senza accorgersene, dentro percorsi che non sono vita. E finché accetteremo questo, finché diremo “è sempre stato così”, continueremo a celebrare funerali invece che costruire un futuro diverso possibile”.
Alla gente di Ponticelli, Battaglia ricorda invece che “questo quartiere non è solo il luogo del dolore: è il luogo di famiglie che resistono, di persone perbene, di giovani che vogliono vivere”. Ma proprio “per questo – aggiunge -, proprio perché la vita qui vale, bisogna dire con forza: basta. Basta alla violenza. Basta al silenzio. Basta alla paura. Dovete essere comunità. Dovete stringervi. Dovete custodire i vostri figli”. E tornando a parlare a tutta la città, il cardinale esorta a risorgere. “Risorgi, alzati! Alzati dalla rassegnazione che – afferma – ti ha fatto credere che niente può cambiare. Alzati dall’indifferenza che ti ha fatto girare lo sguardo altrove. Alzati dalla paura che ti ha fatto tacere quando dovevi parlare. Alzati, Napoli, e ricordati chi sei. Ricordati che sei terra di vita, non di morte. Ricordati che sei fatta di madri che resistono, di padri che lavorano, di giovani che sognano, di comunità che non si arrendono. Non lasciare che siano la violenza e il male a raccontare la tua identità. O che siano pochi a decidere il destino di molti. Non lasciare che i tuoi figli crescano con l’idea che la vita vale meno della forza, del potere, del denaro”. Per arrivare a una svolta, Battaglia invoca “una conversione vera”. E cioè “serve un cambio di passo che coinvolga tutti: istituzioni, scuola, famiglie, Chiesa, associazioni”. Alle istituzioni chiede “un patto educativo capace di incidere nel vissuto, nel concreto, andando oltre la logica della repressione, ricordando che una sicurezza duratura possono garantirla solo la prevenzione e l’educazione”. Lo ascolteranno?



















