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È stato un brutale omicidio. Una violenza immane. Un’aggressione furiosa che probabilmente nasconde contrasti, risentimenti oppure un affare andato male comunque un odio mortale. Diciassette coltellate inferte in più punti della schiena, fendenti che gli hanno reciso più di un’arteria e squarciato la carne. Marco Barbuto, 48 anni, noto alle forze dell’ordine, è deceduto dopo un’atroce sofferenza in una pozza di sangue. Quando ieri notte sono intervenuti gli operatori del 118 e le forze dell’ordine in via San Giovanni in Porta, nel cuore del centro storico di Napoli, si sono ritrovati davanti a una scena raccapricciante: il corpo del 48enne ormai privo di vita e immerso in un lago di sangue.

Lo scrittore Erri De Luca nei suoi scritti ha sempre definito Napoli come la città sanguinolenta, quella dei “sangui”: c’è il sangue di San Gennaro e quello di Santa Patrizia, legati al prodigio dello scioglimento, ma ci sono anche i santi martiri e le sfide all’ultimo coltello. Addirittura, tra il Seicento e il Settecento, sotto il regno di Napoli dei Borbone vennero emanati severissimi bandi e leggi che vietavano il porto e la fabbricazione dei coltelli da punta e a serramanico. Troppi duelli d’onore, rissa da taverna, aggressioni di guappi e sfregi venivano per lo più compiuti con le cosiddette “armi corte” (coltelli, pugnali e stiletti), molto più facili da nascondere sotto gli abiti rispetto a spade o pistole.

Nel linguaggio dialettale si sedimenta la storia, ed è per questa ragione che ritroviamo tante espressioni legate all’emoglobina: puozz’ iettà ‘o sanghe, ti scommo ‘e sangue, fà sputà ‘o sanghe, aggio iettato ‘o sanghe, fà fa ‘o sanghe amaro, me sta zucànno ‘o sanghe, ‘o sanghe m’ ‘o dice, tenè ‘o sanghe doce, tenè ‘o sanghe ‘e mossa, ‘a carne se taglia e ‘o sanghe se stringe, tenè ‘o sanghe freddo, senza sanghe int’ ‘e vene. Una carrellata veloce per dire che, sotto sotto, Napoli è abituata al sangue e la straordinarietà di un evento spietato diventa spesso “normale”: ci si abitua a tutto.

C’è da strabuzzare gli occhi: in via San Giovanni in Porta i basoli sono ancora impregnati del sangue di Marco Barbuto. Il colore rosso si è attaccato alle insenature, tra i ciottoli, nella pietra scolpita. È lì visibile in più punti, una macchia estesa che racconta da sola la violenza e l’efferatezza dell’omicidio. Aguzzi la vista, dai uno sguardo e poi percorri la strada come nulla fosse. Nel viavai “normale” di ogni giorno persino i turisti notano quel rosso amaranto che non è pittura, ma sangue.

Osservano in silenzio e poi si dispongono sul lato opposto, riprendendo il cammino in fila ordinata. Lo stesso fanno i tanti partenopei che, , guardano incuriositi, borbottano qualche parola e poi tirano dritto. Come accade a Scampia di fronte all’ennesimo morto ammazzato della faida. Come nel monologo di Eduardo De Filippo in ‘Peppe Girella’: “è cosa ‘e niente”. È la vita quotidiana di una strada che fa parte dell’area dei Decumani e che si estende verso via Foria, nella zona di Porta San Gennaro. Resta solo il silenzio di un vicolo che ha visto l’ennesimo sangue versato e l’inquietante consapevolezza che a Napoli, anche di fronte all’orrore più cieco, l’abitudine rischia sempre di vincere sull’indignazione.