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Nel cuore del centro antico di Napoli, la vertenza abitativa del Palazzo di piazza Miraglia è divenuta la spia, se ce ne fosse ancora bisogno, del profondo straniamento della città: il barattare il diritto all’abitare sull’altare della turistificazione e della gestione manageriale degli alloggi. Siamo a un passo dallo sgombero di persone e famiglie che da più di dieci anni occuparono l’edificio di proprietà dell’Ordine religioso dei Servi di Maria per garantirsi un tetto sulla propria testa. Mercoledì 11 novembre l’ufficiale giudiziario, con l’ausilio della forza pubblica, procederà allo sfratto dell’immobile. Un ultimo appello disperato lo ha lanciato alle autorità il consigliere della Seconda Municipalità Pino De Stasio, che ha chiesto un intervento urgente al Ministro dell’Interno, al Prefetto, al Comune e alla Casa Generalizia dell’Ordine dei Servi di Maria per sospendere l’esecuzione dello sgombero e tutelare le famiglie, i bambini e gli anziani che da anni popolano lo stabile, restituendo a uno spazio di proprietà ecclesiastica la sua naturale funzione sociale e di solidarietà.

Scrive il consigliere: “La vicenda assume un significato che va ben oltre la dimensione strettamente giudiziaria e proprietaria. Interroga la coscienza delle istituzioni e, in modo particolare, quella di un ordine religioso come i Servi di Maria, la cui missione spirituale e umana dovrebbe essere naturalmente vicina a chi vive condizioni di fragilità, disagio e difficoltà nell’accesso a un bene essenziale come la casa”. E sottolinea De Stasio: “In una città come Napoli, dove l’emergenza abitativa si aggrava progressivamente e dove il centro storico rischia di essere sempre più sottratto alla sua funzione residenziale per lasciare spazio a una crescente trasformazione turistico-alberghiera, non possiamo assistere passivamente all’ennesima espulsione di abitanti dai luoghi in cui vivono”. Il consigliere, nella missiva inviata d’urgenza alle autorità, argomenta: “Difendere queste persone significa difendere il diritto alla casa, la dignità umana e l’identità stessa della nostra città. Napoli non può rinunciare ai suoi abitanti, né può permettere che il proprio patrimonio storico e sociale venga progressivamente svuotato della sua comunità”.

Tuttavia, dicevamo, la cruda cronaca delle ultime ore racconta una storia diametralmente opposta: il vertice convocato in Prefettura per tentare una mediazione in extremis si è concluso con una definitiva fumata nera, infrangendosi contro la linea dura tenuta dalla proprietà. Il legale rappresentante dell’Ordine dei Servi di Maria ha infatti ribadito l’assoluta indisponibilità a concedere rinvii o proroghe per lo sgombero delle famiglie fragili che occupano l’immobile fin dal 2014, quando il collettivo Magnammece ‘o pesone lo sottrasse a anni di abbandono per riqualificarlo dal basso. L’ufficiale giudiziario interverrà dunque per liberare l’edificio con il supporto delle forze dell’ordine, aprendo la strada al progetto gestito dalla società affidataria “Via Tribunali Srl”, destinato – secondo le denunce degli attivisti – alla realizzazione di un hotel o di uno studentato privato finanziato con fondi PNRR. Una decisione che ha scatenato la dura reazione dei comitati territoriali: Alfonso De Vito, esponente del collettivo, ha censurato amaramente sia l’assenza al tavolo di mediazione da parte di Comune di Napoli e Regione Campania, sia il prevalere degli interessi economici delle case vacanza sui diritti della povera gente, chiamando la cittadinanza a mobilitarsi in piazza Bellini alle 8:00 di mattina dell’11 novembre, giorno dello sgombero, per difendere l’identità e la residenzialità della comunità napoletana.