Umberto Galimberti cambia le carte in tavola e stravolge tutto. Al Festival Filosofico del Sannio non offre consolazioni né pensieri rassicuranti: smonta certezze, mette in crisi l’idea stessa di identità. “Non conosciamo davvero noi stessi. Pensiamo di essere un io”, dice. Freud lo aveva già chiarito: “L’Io non è padrone in casa propria”.
Non siamo unità compatte, ma territori attraversati “dalla follia, dall’inconscio”. Una follia che Galimberti definisce “preziosissima. I doni più grandi ci vengono dalla follia”. La ragione? Utile, certo, ma non sostanziale. “Platone sapeva che la ragione serve solo per convivere”. E spesso la tranquillità che promette è “totalmente infondata”.
Anche l’amore quindi non è frutto di una scelta o di calcolo: “Devi fare l’amore con chi cattura la tua follia, con chi ti mette a nudo prima ancora del corpo”. Ma l’amore vero lascia tracce irreversibili: “Se finisce male non recuperi più l’io di prima, cambia”.
“Ma voi capite cio’ che sto dicendo?” chiede con rammarico alla platea. “Vi vedo perplessi. Ormai non ho più fiducia nelle mie parole… il livello culturale si è abbassato così tanto che diventa sempre più difficile. La gente legge e non capisce cosa legge. Non si hanno più gli strumenti culturali per capire, ad esempio, cosa dicono i politici. Perciò poi tutti li votiamo… basta persuadere per regolare la società come si vuole”.
Galimberti ribalta anche i rapporti tra individuo e specie, tra uomo e donna, tra potere e cultura. Non c’è armonia, c’è conflitto. “Il patriarcato è un problema culturale, persino il Cristianesimo diceva che la donna offre la materia ma è il padre che la forma”. E probabilmente finirà, ma “ci vorranno secoli”. Gli uomini, senza rapporto con la loro femminilità, “non potranno mai capire le donne. Capiscono solo il possesso e lo chiamano amore, così come la gelosia che altro non è che il possesso dell’amore”. Le donne, se restano intrappolate nella seduzione, rinunciano alla propria forza.
Alla fine resta una certezza: “La relazione viene prima dell’identità. Nessuno è se stesso da solo. Senza l’altro, siamo solo parti. Metà in cerca di riconoscimento – afferma -. Aristotele dice che l’uomo intero si ricostruisce nell’amplesso, poi appena finisce torna ad essere metà. Se con la parte migliore del tuo sguardo – conclude – guardi la parte migliore dell’occhio dell’altro, vedi te stesso. Sei frutto del riconoscimento dell’altro e puoi trovare te stesso come riflesso dello sguardo dell’altro”.




















