Presunti compensi d’oro agli staffisti del consiglio regionale, depositato il provvedimento con le motivazioni per cui la Corte dei conti della Campania porterà alla Consulta la sanatoria del governo Meloni. La decisione è stata presa nella Camera di consiglio del 16 aprile scorso, e anticipata da una nota stampa. L’ordinanza è stata depositata il 9 luglio, con severe argomentazioni. È la sezione regionale di controllo a sollevare questione di costituzionalità sul decreto legge 25 del 2025 (convertito nella legge 69/2025), relativamente all’ultimo periodo dell’articolo 8 comma 3. Si ritengono violati gli articoli 3, 81, 97 (commi 1 e 2) e 119 (comma 1) della Costituzione. Una decisione adottata su istanza della Procura erariale, che accusa la norma di essere una “salva consiglieri regionali”, a seguito di un procedimento pendente presso la sezione giurisdizionale della Corte dei conti della Campania. Dure sono infatti le motivazioni. Si sottolinea come la norma sia “comparsa solo in sede di conversione del decreto-legge”, con un emendamento presentato dalla Lega, “durante l’esame parlamentare del provvedimento presso le Commissioni riunite I (Affari Costituzionali) e XI (Lavoro) della Camera dei deputati“.
“Dai lavori preparatori – afferma l’ordinanza – non emerge la ratio e la portata dell’intervento. Nel verbale dei lavori delle citate Commissioni riunite si dà atto della contrarietà manifestata dai rappresentanti delle opposizioni che hanno ritenuto di non poter esprimere un voto favorevole ritenendo che l’emendamento miri a “legificare” una sorta di “circolare interpretativa” diretta a sanare atti e rapporti giuridici illegittimi sorti a seguito di qualche provvedimento precedente”. Alle osservazioni e “dichiarazioni delle opposizioni – scrive la Corte – non è stata rinvenuta alcuna replica da parte dei gruppi di maggioranza, come emerge dal suddetto verbale e dal dossier della Camera dei deputati n. 328 del 2 aprile 2025, che si limita a parafrasarne il contenuto concludendo che non si ritiene di formulare osservazioni“. Secondo i giudici contabili, insomma, dai lavori parlamentari, “non emerge alcuna motivazione, né tanto meno un interesse generale a giustificazione della norma di sanatoria, al contrario, dalle dichiarazioni dei rappresentanti delle opposizioni e dalla mancata replica della maggioranza, emerge con nitore la consapevolezza che l’emendamento mirasse semplicemente a consolidare gli effetti di atti illegittimamente adottati”. Quali atti? Sono quelli che discendono da un’altra norma, stavolta della Regione, pure impugnata dalla Corte dei conti. Si tratta della legge regionale 27 gennaio 2012, n. 1 (commi 12-ter e 12-quater dell’art. 23), come modificata dalla legge regionale n. 2 del 4 marzo 2021, in riferimento ai parametri stabiliti dagli articoli 117, comma 7, lett. 1), 81, 97, comma 1, 119 comma 1 e 136 della Costituzione. Con quella legge, la Campania aveva istituito nuovamente un ‘unico emolumento omnicomprensivo’ mensile per il personale degli uffici di diretta collaborazione degli organi politici (i cosiddetti staffisti). Un modo di ovviare ad una precedente scure della Consulta, datata 2019. Così facendo – secondo la Corte dei conti -, la spesa sarebbe gravata direttamente sul bilancio regionale, invece di farla transitare dal fondo per il salario accessorio stabilito dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro. Un trattamento economico che non sarebbe previsto né dai predetti Ccnl né da leggi statali.
La legge regionale del 2021 “ha autorizzato per il triennio 2021-2023 – si legge nell’ordinanza -una spesa massima di euro 5.900.000,00 a valere sulle risorse del bilancio del Consiglio regionale, assicurate dallo speculare trasferimento di risorse da parte del bilancio regionale (…). Tuttavia, come la Sezione ha avuto modo di rilevare, l’importo degli emolumenti complessivamente corrisposti in favore del personale assegnato agli uffici di staff nel triennio 2021-2023 è stato di euro 7.492.565,56 e dunque maggiore all’autorizzazione di spesa disposta”. C’è da aggiungere che la stessa ordinanza della Corte dispone lo stop al giudizio di parificazione degli esercizi 2023 e 2024 della Regione, limitatamente alle spese per ‘l’emendamento omnicomprensivo’. Secondo la Corte dei conti, in sostanza, il decreto legge precluderebbe il recupero delle indennità, “perché impone alla Sezione di controllo di parificare spese sebbene illegittimamente disposte e rende improcedibile il recupero delle stesse da parte della Sezione regionale giurisdizionale (art. 81, 119 comma 1 Cost.)”. Oltre a ciò, la norma impugnata “viola il principio di buon andamento (art. 97 Cost.), altera l’uguaglianza tra i soggetti assegnati nel tempo a tali uffici (art. 3 Cost.), legittima spese di personale non dovute con riflessi sul saldo di amministrazione (artt. 81 e 119, comma 1 Cost.)”. In definitiva, “non è precluso in via generale al legislatore prevedere norme di sanatoria ma – osserva la sezione di controllo – occorre che le stesse siano sottoposte ad un rigoroso scrutinio al fine di verificarne la ragionevolezza, la proporzionalità e di appurare se consolidando l’efficacia di atti illegittimamente adottati non si realizzi una violazione del sindacato giurisdizionale e di controllo attraverso il consolidamento degli effetti prodotti da atti illegittimi”. Vedremo cosa ne pensa la Corte Costituzionale.




















