Tre anni e due mesi. Una poltrona. E, in mezzo, come sempre ormai da queste parti, il silenzio. L’omertà
Il 22 giugno il Tribunale di Benevento ha chiuso il primo grado dell’inchiesta sugli appalti della Provincia. Sedici condanne, sei assoluzioni. Tra i condannati, l’ex presidente della Provincia di Benevento (all’epoca dei fatti uomo di punta di Mastella), Antonio Di Maria.
Fin qui la cronaca. Fredda, asciutta, da verbale.
Poi c’è il resto. Di Maria, oggi, è ancora presidente del Gal Alto Tammaro. Lo è mentre porta sulle spalle una condanna in primo grado proprio sulla gestione di appalti pubblici.
Mettiamoci d’accordo. Una condanna di primo grado non è definitiva. L’appello esiste, la presunzione d’innocenza vale fino all’ultimo grado. Nessuno, qui, anticipa i giudici. Ma il garantismo è una cosa. L’opportunità è un’altra. E chi le confonde, lo fa per non alzarsi da poltrone comode.
Un Gal non è un ente marginale. Vive di denaro pubblico, fondi regionali ed europei. E quel denaro lo distribuisce nell’unico modo che conosce: bandi, graduatorie, affidamenti. Appalti. Esattamente la materia su cui Di Maria è stato giudicato e condannato.
Lo stesso territorio. La stessa sostanza. Soldi di tutti, da assegnare.
Altrove, davanti a una condanna così, ci si fa da parte. Non per obbligo, ma per pudore. Ci si sospende, si lascia che l’ente cammini senza un nome ingombrante in cima all’organigramma. Qui no. Qui si resta. Si tira a campare. Si confida nei tempi lunghi della giustizia e nella memoria corta del territorio, l’unica cosa che da noi non va mai in prescrizione.
Non è una questione penale. È una questione di credibilità. Un ente che maneggia i soldi di una comunità ha bisogno di una cosa sola più dei soldi. La fiducia. E la fiducia non si firma in calce a un bando.
C’è una differenza tra il diritto di restare (attaccati alla poltrona) e l’opportunità di andarsene. Il primo lo concede la legge. La seconda la concede solo la dignità. Ed il rispetto verso i cittadini e le istituzioni.




















