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Come la morfologia di Bagnoli è stata modificata nel corso di un secolo, a causa dell’insediamento industriale, e come potrebbe ancora cambiare con i lavori in corso. Tra storia e cronaca, arriva il ciclo di seminari scientifici “Bagnoli – il disastro ambientale spiegato dai professori. Tra bonifica e grandi opere”. Laddove per catastrofe si intende quella già avvenuta, a causa delle fabbriche novecentesche. Ma ci si interroga anche sui potenziali rischi di oggi e domani, legati a quell’eredità di veleni. Stamani il primo appuntamento alla Facoltà di Biologia della Federico II di Monte Sant’Angelo. Titolo: “Geomorfologia e dinamica litoranea nell’area Sin”, aperto al pubblico. A curarlo Carlo Donadio, geologo del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (Distar). “Dinamica litoranea – premette lo studioso – è il movimento dei sedimenti fini, quindi le sabbie, il limo, da parte delle onde e soprattutto delle correnti marine. Le correnti marine non sono più studiate, non solo in Campania, in Italia e in genere nel mondo. Si preferisce usare dei modelli con dei software altamente sofisticati, mettere qualche dato all’interno prelevato da boe ondometriche e quindi si simula verso l’intensità delle correnti marine, cosa che invece non va bene”.

Il seminario considera un arco di tempo amplissimo, ripercorrendo l’evoluzione della piana costiera nel corso dei millenni. Poi si concentra su aspetti più recenti, come la deriva dei sedimenti nella parte emersa, ma soprattutto sommersa della baia di Bagnoli. Dal 1906 al 1990, anno di chiusura dell’industria, si è assistito a deviazioni di corsi d’acqua, alla creazione della colmata, all’inquinamento dei suoli. Tra gli eventi, perfino la cancellazione di un piccolo vulcano, il Monte Santa Teresa. Lo sbancarono per costruirci sopra. “Quella di Bagnoli era una baia che aveva una forma logaritmica – spiega Donadio – noi geomorfologi la chiamiamo Z perché ha forma di Z, lettera greca. E non c’è più, è stata completamente modificata la forma originaria”. Un intero ecosistema è uscito stravolto, per mano dell’uomo. “Le fanerogame marine, le piante tipo posidonia oceanica – esemplifica il geologo -: non ci sono più perché con l’inquinamento, la torbidità dell’acqua non riesce a sopravvivere. Lo stesso la Zostera”. Questo è quanto accaduto in passato. Ma cos’altro può succedere, con l’intervento attuale? Donadio esprime dubbi, ma anche timori. “Quell’opera che è una barriera artificiale, un molo – afferma -, dovrebbe diventare una sorta di molo di sopraflutto del porticciolo velico: è alta oltre un metro e mezzo e fonda su un fondale di 8-9 metri, quindi non credo che sia un’opera facilmente removibile“. E il professore non esclude certi rischi. “Il prolungamento dei moli – avverte – modifica la movimentazione dei sedimenti marini e quindi determina delle zone dove l’acqua è più calma al ridosso e si accumulano i sedimenti. Potrebbe anche insabbiarsi in breve tempo, ci sono tanti casi in letteratura: Marina di Casalvelino nel Cilento, dove il porto si è insabbiato. Anche Cetraro Marina in Calabria, Siculiana in Sicilia“.

Il professor Carlo Donadio

C’è poi il capitolo dragaggi, su cui ha già lanciato un alert il geochimico Benedetto De Vivo.Da cento anni – ricorda Donadio – il fondale ha conservato gli inquinanti, metalli cosiddetti pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, terre rare, microplastiche e tutto il resto. Questo dragaggio metterà in sospensione i sedimenti e quindi ovviamente ci sarà una ridistribuzione degli inquinanti in tutto il Golfo di Pozzuoli”. Il geologo ci tiene a sottolineare come siano “già entrati nella catena trofica questi inquinanti, perché noi abbiamo fatto delle analisi sui mitili, sulle cozze naturali del Pontile Nord, alla radice, a metà e anche in testa e sono tutti quanti pieni di idrocarburi policiclici aromatici. Parliamo delle cozze naturali, il Mytilus galloprovincialis. Addirittura nel frutto di mare, il corpo è deformato dagli inquinanti, cioè è malato. Questi organismi sono predati dai pesci, dai crostacei pescati nel Golfo di Pozzuoli, che poi noi ci mangiamo”. Gli altri seminari dei docenti universitari: 29 aprile “Avifauna, habitat marini protetti e bioaccumulo (Angelo Genovese e Maurizio Fraissinet); 6 maggio “Contaminazione nei suoli ex Ilva e nel golfo di Pozzuoli” (Michele Arienzo); 13 maggio “Studi e analisi comparativa tra i metodi di bonifica” (Marco Guida).