È rimasta sotto traccia, quasi sepolta, per più di un quarto di secolo. Ma tutti i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Nella vita come in politica. Specie se sono nodi grossi. La notizia è: le amministrative anticipate alle quali Vincenzo De Luca ha trascinato Salerno hanno clamorosamente riportato a galla la questione socialista. Non è una questione da poco, perché è una storia, quella che stiamo per raccontarvi, che ha diversi e complicati risvolti: sentimentali e emotivi, di mancata memoria condivisa, politici, qualcuno anche culturale in senso lato.
La “bomba” l’ha innescata un consigliere comunale uscente di lungo corso. Si chiama Rino Avella, ed è cresciuto nei socialisti perché già il padre, Mario, legato fin dagli anni Sessanta a Enrico Quaranta, aveva per diverse consiliature occupato uno scranno nell’aula di Palazzo Guerra che nel ’43 ospitò le riunioni di uno dei primi governi dell’Italia liberata. Che ha fatto Avella, che quattro anni e mezzo fa fu eletto nella lista del Psi a sostegno della candidatura a sindaco di Enzo Napoli, per poi staccarsi progressivamente dall’amministrazione del delfino deluchiano fino a transitare, di fatto, tra i banchi dell’opposizione? Niente: ha semplicemente detto che poteva bastare. Che cosa? Lo precisa lui stesso: “L’annessione coatta, o adesione acritica, fate voi, dei socialisti – sempre in posizione subordinata – a un sistema autocratico che in 33 anni ha cancellato qualsiasi spazio di democrazia, di dissenso, di partecipazione”. Insomma: mai più con De Luca. Avella ha portato fino alle conclusioni estreme il suo ragionamento, aggiungendo “che è finalmente arrivato il momento, per i socialisti salernitani, di riprendere in mano il proprio destino”. E queste cose, prima di annunciarle ai giornali, è andato a dirle in alcune infuocate riunioni della direzione provinciale del Psi, alla presenza del segretario nazionale, il deluchiano di ferro (e fuoco) Vincenzo Maraio, oggi assessore regionale al Turismo e all’Innovazione Digitale della giunta Fico, fino al dicembre scorso responsabile della sede romana della Regione Campania per opera e virtù non dello Spirito Santo, ma dell’ex governatore che aveva voluto così premiare la sua inossidabile fedeltà.
L’alzata di scudi di Avella ha provocato un cataclisma. Il primo risultato politico di un certo rilievo è stata una vera e propria scissione nella federazione del segretario nazionale. Con il consigliere uscente hanno abbandonato il partito un folto gruppo di dirigenti, dai sindacalisti Salvatore Gaeta, Massimo La Via e Antonio Malangone, a Antonio Tomasiello, a Mimmo De Chiara, a un altro pezzo da novanta della storia socialista cittadina degli anni Ottanta e Novanta, Nino Parlavecchia. Spalleggiati dal dirigente nazionale Antonio Marrone tutti insieme, con il concorso di altri socialisti senza partito, hanno fondato un’associazione, Terra Socialista, alla quale ha aderito anche il referente provinciale di Risorgimento Socialista, Valerio Casilli, pure lui con una lunga storia di militanza alle spalle in ruoli da dirigente.
Avella, che adesso è uno dei candidati di spicco della lista di AVS, all’interno del fronte progressista che sostiene la candidatura a sindaco di Franco Massimo Lanocita, non è uno qualunque, e non solo per storia familiare. È un catalizzatore di preferenze nei quartieri più popolari della città, in primis il suo, il rione Carmine. Ma il danno che ha fatto a Maraio e di riflesso a De Luca non si limita alla semplice contabilità elettorale. Quello è (quasi) niente rispetto all’ondata emotiva che il suo gesto ha sollevato negli ambienti socialisti cittadini. Perché proprio mentre il Psi ribadiva la sua fedeltà alla monarchia assoluta deluchiana – unico partito nella megacoalizione civica – imbottendo la propria lista di transfughi delle più diverse provenienze (molti da destra: anche estrema), Avella, con Terra Socialista, lanciava “l’operazione verità”, che tiene insieme memoria e attualità, passato e presente.
È stato come avvicinare un cerino acceso a un mucchio di paglia secca. Nel dibattito elettorale è entrata di prepotenza la storia, quasi del tutto rimossa, del presunto “tradimento” di 33 anni fa. Quando l’azione combinata di una clamorosa iniziativa giudiziaria che proiettò la città alla ribalta delle cronache nazionali per poi concludersi con una raffica di proscioglimenti e assoluzioni, e un oscuro e misterioso “golpe di palazzo” rottamò brutalmente quello che veniva definito il “laboratorio Salerno”. Un modello che, in antitesi al paradigma nazionale (erano gli anni del pentapartito trionfante), tra l’87 e il ’93 prima mise all’opposizione la Dc dopo un quarantennio di incontrastato dominio amministrativo, quindi proiettò il garofano salernitano, sotto la leadership dell’allora ministro delle aree urbane, Carmelo Conte, a vette elettorali mai raggiunte prima. Salerno diventò la città più socialista d’Italia, con il Psi a lungo primo partito. Nacquero le “giunte laiche e di sinistra” guidate dal socialista Vincenzo Giordano, che ebbe come vice in una prima fase l’attuale assessore regionale alle attività produttive, Fulvio Bonavitacola, e successivamente lo stesso De Luca. Il feeling tra socialisti e comunisti durò 6 anni, e s’interruppe quando sulla scena fece irruzione la magistratura, che decapitò i vertici amministrativi; lo stesso Giordano fu arrestato e decadde dalla carica. Gli subentrò per sei mesi De Luca, poi eletto sindaco a novembre del 1993. Cominciava, per i socialisti, l’annessione da parte dei post comunisti, nel frattempo diventati Pds e poi Ds. E quando Giordano venne pubblicamente riabilitato da numerose sentenze di proscioglimento e assoluzione, De Luca si era già impadronito non solo della città, ma anche delle spoglie dei socialisti, integrandoli nel suo sistema di potere. L’ex sindaco cercò di combattere la diaspora, ma i risultati che ottenne col Nuovo Psi, schierato col centrodestra, non furono all’altezza delle aspettative. E la questione socialista venne sepolta, anche se non definitivamente.
Ora torna in superficie, e anche quello che accadde nel 1993 trova nuove letture. Quella di Carmelo Conte, per esempio, che dal suo buen retiro ebolitano affida a lunghe riflessioni sui social una rielaborazione profondamente critica della breve stagione del terrore giudiziario, indicandola come la causa principale della deriva personalistica di potere in atto da 33 anni. O quella di Marrone, componente della Direzione nazionale del Psi, quindi ancora in attività, che in una lunga lettera a un sito salernitano prende nettamente le distanze dal trentennio deluchiano, auspicando la sua rapida archiviazione. Dopo un lunghissimo silenzio ha fatto sentire la sua voce anche Giovanni Sullutrone, già presidente del Consiglio regionale, sottolineando le profonde differenze tra la gestione amministrativa di Giordano e quella lunghissima, diretta o per interposta persona, di De Luca.
Il bello è che, in tutti questi anni, De Luca si è sempre presentato come il continuatore dell’opera di Giordano. “Un’ipocrisia e un’impostura”, affermano quelli di Terra Socialista, che nei loro documenti si ripropongono il recupero integrale dello spirito che animò le giunte di quello che chiamano “il sindaco galantuomo”, scomparso nel 2009. “Se qualcuno gli avesse proposto il Crescent, Giordano lo avrebbe mandato a quel paese. E non solo il Crescent…”, rincara la dose Sullutrone.
Ma, con questa quinta “discesa in campo”, pare proprio che De Luca abbia fatto impazzire la maionese socialista. Nell’area politico – culturale di quello che tra la fine degli anni Ottanta e gl’inizi dei Novanta arrivò a essere un partito del 33% c’è una generale rincorsa a prendere le distanze da lui e dal suo sistema di potere. A parte qualche eccezione, buona parte della generazione di dirigenti e militanti socialisti della stagione delle giunte Giordano e successivamente passati con De Luca, oggi partecipa alle iniziative elettorali di Lanocita. Avendo cura, si capisce, di non passare inosservati. E lo stesso Lanocita, ex comunista di provenienza bassoliniana, intervenendo a una manifestazione di Terra Socialista, ha fatto un commosso ricordo di Giordano, dicendosi “orgoglioso di essere posto dai socialisti salernitani in continuità con la sua esperienza amministrativa”.
Chi tace è l’ultimo socialista che abbia contato veramente qualcosa (o almeno così era sulla carta) all’interno della “monarchia” salernitana, il sindaco uscente Vincenzo Napoli. Ha affidato alle pagine salernitane del “Mattino” un mini memoriale in cui ha cercato di spiegare i motivi che lo hanno spinto a dimettersi 18 mesi prima della scadenza naturale del mandato, ma l’effetto è stato quello di esacerbare ancora di più gli animi dei vecchi compagni di partito, che hanno criticato aspramente la sortita. Qualcuno si è spinto a scrivere sui social che “avrebbe fatto miglior figura se fosse rimasto zitto”.
Chi invece non sembra voglia saperne di osservare la consegna del silenzio è la di lui consorte, Giovanna Doria, ex sociologa dell’Asl e militante dei movimenti femministi socialisti degli anni Settanta, che dal suo profilo Facebook non risparmia bordate a De Luca e al suo “sistema”. E ha già dichiarato pubblicamente (facendosi perfino vedere alla conferenza stampa di presentazione della candidatura) che voterà Lanocita. Interpretando, forse, meglio di chiunque altro il senso di questa improvvisa – e per molti versi inaspettata – ricomposizione della diaspora socialista a Salerno.




















