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La notizia è arrivata come un silenzio improvviso in un palazzetto vuoto: Achille Polonara ha deciso di dire basta. Non un addio rumoroso, ma una scelta maturata nel tempo, tra fatica, speranza e consapevolezza. Negli ultimi mesi lo si era rivisto su un parquet che conosceva bene, quello del PalaDelMauro di Avellino. Allenamenti individuali, ritmo lento ma costante, il pallone tra le mani come un filo mai spezzato. Un ritorno che aveva acceso curiosità e, soprattutto, speranza. Perché Polonara non è mai stato solo un giocatore: è stato energia, corsa, presenza.

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Poi il messaggio, diretto, umano, senza filtri. “Non sarò più il giocatore di prima“. Parole che non cercano compassione, ma rispetto. La decisione nasce lì, in quella linea sottile tra ciò che si è stati e ciò che si può ancora essere. E Polonara ha scelto di fermarsi prima che il ricordo venisse sbiadito dal confronto con una versione diversa di sé. La sua carriera racconta molto più di numeri. Dalle giovanili del Teramo fino ai grandi palcoscenici europei, passando per Dinamo Sassari, Virtus Segafredo Bologna e l’esperienza internazionale con il Fenerbahçe. Titoli, finali, vittorie: la FIBA Europe Cup, campionati vinti tra Italia ed Europa, e quella costante capacità di incidere senza mai essere banale.

Ma è con la Nazionale che il suo nome si lega a un’immagine precisa: l’urlo liberatorio dopo la vittoria del Preolimpico di Belgrado, il pass per Tokyo conquistato contro ogni pronostico. Con l’azzurro addosso, Polonara è stato parte di una generazione che ha riportato entusiasmo, con 94 presenze e quasi 600 punti. Numeri importanti, ma soprattutto momenti condivisi.

Negli ultimi anni, però, la partita più dura non si è giocata sotto canestro. La diagnosi, le cure, il trapianto di midollo: un percorso affrontato con una dignità che ha colpito anche chi il basket lo guarda da lontano. Il ritorno in palestra non era solo un tentativo sportivo, ma un segnale. Un modo per dire che si può lottare, anche quando il campo cambia completamente.

Il suo saluto al basket è quasi una dichiarazione d’amore. Ringraziamenti a compagni, allenatori, staff, ma anche a chi lo ha criticato. Perché tutto, nel bene e nel male, ha contribuito a costruire il giocatore e l’uomo. E forse è proprio questo il punto: Polonara non vuole essere ricordato per ciò che non potrà più fare, ma per ciò che è stato.

Un’ala di 204 centimetri capace di correre come una guardia, di aprire il campo e di sporcare le mani quando serviva. Un giocatore moderno, ma con un’anima antica, fatta di sacrificio e appartenenza. “Mi mancherai, palla a spicchi”. È la frase che resta, più di tutte. Non è un addio al basket in sé, ma al basket giocato. Perché certi legami non si interrompono: cambiano forma. E allora forse non è davvero una fine. È solo l’inizio di un’altra storia, lontana dal parquet ma non dal cuore di chi lo ha visto giocare.

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