Il mercato del lavoro in Campania “rappresenta una criticità strutturale, radicata nel modello di sviluppo territoriale e nella composizione settoriale dell’economia”. Da qui parte l’analisi contenuta nel Piano Straordinario per il Rafforzamento del Capitale Umano e dell’Occupabilità. Si tratta di un documento di indirizzo strategico, adottato dalla Giunta regionale, su proposta della Direzione Generale per il Lavoro e la Formazione Professionale. Tanti i dati riportati, purtroppo in gran parte negativi. Ad esempio il fenomeno Neet, le cui dimensioni allarmanti non sono una novità. “La quota di giovani Neet (15-29) – non occupati, non in istruzione e non in formazione – si attesta al 24,9% in Campania – afferma il documento –, a fronte di una media nazionale del 15,2%. Il dato, pur in miglioramento rispetto agli anni precedenti, colloca la regione tra quelle con la più alta concentrazione di giovani esclusi contemporaneamente dai circuiti del lavoro e della formazione insieme a Calabria (26,2%) e Sicilia (25,7%): le tre regioni del Mezzogiorno con i valori più elevati a livello nazionale”. È utile, tuttavia, non leggerlo come una categoria omogenea. “Dietro la quota Neet – avverte la Regione – convivono condizioni molto diverse: chi ha abbandonato precocemente il percorso scolastico senza acquisire qualifiche, chi ha completato la formazione ma non trova sbocchi professionali adeguati, chi ha smesso di cercare dopo ripetuti tentativi andati a vuoto. Riconoscere questa eterogeneità è rilevante sul piano delle politiche: interventi standardizzati rischiano di raggiungere solo i profili più vicini al mercato del lavoro, lasciando ai margini le situazioni più fragili”.
Secondo la Direzione Lavoro, “una strategia efficace richiede percorsi differenziati, calibrati sulle condizioni di partenza dei diversi sottogruppi”. Il quadro provinciale poi rivela “differenze significative all’interno della stessa regione. Napoli registra il valore più critico con il 28,6% — quasi il doppio della media nazionale — seguita da Caserta (24,1%) e Salerno (19,1%), mentre Avellino (15,5%) e Benevento (18,5%) si collocano su valori più contenuti (Istat, 2024)”. Stando alla Regione “questa stratificazione riflette la diversa densità del tessuto produttivo locale, la disponibilità di infrastrutture formative e la prossimità ai principali mercati del lavoro”. E non è “un dato neutro: le province di Napoli e Caserta concentrano insieme la quota più ampia della popolazione giovanile regionale e i tassi Neet più elevati, il che significa che il fenomeno è geograficamente concentrato proprio dove è numericamente più rilevante”.
Per il documento, la bassa occupazione giovanile “produce tre effetti cumulativi che si auto-rafforzano”. Il primo: “Ritardo nei percorsi di autonomia: ingresso tardivo nel mercato del lavoro, prevalenza di contratti temporanei, dipendenza prolungata dal nucleo familiare”. Secondo il Rapporto Istat sui giovani del Mezzogiorno, “in Campania il 35,1% dei giovani tra i 30 e i 39 anni vive ancora in famiglia”. Il secondo effetto: “Emigrazione selettiva: la cosiddetta “fuga dei talenti” non è solo un fenomeno simbolico, ma un trasferimento netto di competenze — spesso quelle più qualificate — verso territori più dinamici. Ciò riduce la base fiscale, impoverisce l’ecosistema innovativo e priva la regione del ritorno sugli investimenti formativi pubblici”. Il terzo effetto: “Impoverimento progressivo del capitale umano regionale: la combinazione tra bassa occupazione ed emigrazione selettiva produce un deterioramento strutturale del potenziale produttivo del territorio. Chi resta spesso lo fa in condizioni di sottoccupazione o inattività; chi parte porta con sé le competenze formate con risorse pubbliche regionali”. A detta della Regione, i dati sui tassi migratori confermano questa lettura. “In Campania il saldo migratorio interno – cioè il bilancio tra chi arriva da altre regioni italiane e chi parte verso di esse – è negativo (-3,0) – si spiega -, con i valori più critici nelle province di Napoli (tasso migratorio interno -3,9%) e Benevento (3,7%), mentre il dato sul saldo migratorio estero è positivo grazie all’apporto dell’immigrazione straniera (+3,6%)”. Complessivamente il saldo totale regionale “lievemente positivo (+0,6%) riflette una regione che perde residenti verso il resto d’Italia e compensa parzialmente con arrivi dall’estero — flussi con caratteristiche, competenze e aspettative molto diverse da quelle della popolazione che parte”.
Ma per comprendere le dinamiche del mercato del lavoro campano “è utile partire dalla struttura demografica della regione – sostiene l’analisi –: con un’età media di 44,25 anni – oltre due anni in meno rispetto alla media nazionale (46,54) e più di un anno al di sotto della media del Mezzogiorno (45,62) – la Campania presenta una popolazione strutturalmente più giovane rispetto al resto del Paese. Il dato è ancora più marcato per la componente maschile: 42,98 anni in Campania, contro 44,31 nel Mezzogiorno e 45,13 a livello nazionale”. Questa composizione demografica segnala “la presenza di una platea potenzialmente occupabile ampia. Ciononostante, il tasso di occupazione nella fascia 20-64 si attesta al 49,4% in Campania, a fronte del 53,4% del Mezzogiorno e del 67,1% nazionale, a conferma che la giovinezza demografica non si converte automaticamente in partecipazione lavorativa in assenza di una domanda di lavoro adeguata“. Peraltro, il divario con la media nazionale non è distribuito in modo uniforme tra i generi. “La componente maschile – si precisa – registra un tasso del 64,1%, contro il 76,8% nazionale; quella femminile si ferma al 35,0%, a fronte del 57,4% nazionale e del 40,1% del Mezzogiorno”. E qui veniamo ad un altro aspetto peculiare. “Il divario di partecipazione al mercato del lavoro – argomenta la Direzione Lavoro di Santa Lucia – si manifesta in modo ancora più netto attraverso il tasso di mancata partecipazione, che si attesta al 29,6% in Campania – oltre il doppio della media italiana (13,3%). Questo indicatore include non solo i disoccupati in senso stretto, ma anche coloro che sarebbero disponibili a lavorare ma hanno rinunciato a cercarlo attivamente”. Il dato regionale aggregato svela inoltre ulteriori significative differenze interne. “A livello provinciale – aggiunge lo studio -, il tasso di mancata partecipazione varia dal 19,6% di Avellino e dal 20,1% di Benevento fino al 33,6% di Napoli e al 32,9% di Caserta, con la componente femminile che raggiunge il 42% a Napoli e il 43,4% a Caserta”. Salerno invece si attesta al 21,7%. Ma a detta della Regione, l’effetto scoraggiamento non è un semplice indicatore statistico: è una frattura civile. “È la misura di una distanza – tra le potenzialità della forza lavoro disponibile e la capacità del sistema produttivo di intercettarla – che – si ammonisce – le politiche attive sono chiamate direttamente ad affrontare. Quando una quota significativa di popolazione rinuncia a cercare lavoro si producono: perdita di capitale umano, indebolimento della partecipazione sociale, riduzione del reddito potenziale, contrazione della base contributiva e disaffezione istituzionale”. E le conseguenze le osserviamo nella vita reale, ogni giorno.



















